Oggi 18 maggio avrebbero dovuto riaprire musei, archivi, biblioteche. Ma in realtà molti sono ancora chiusi, e lo saranno a lungo, per una complessa serie di ragioni.

Il 18 maggio, secondo quanto annunciato dal Governo e dal Ministero, i luoghi della cultura avrebbero dovuto, avrebbero potuto riaprire. Ma molti non l’hanno fatto, altri invece l’hanno fatto in condizioni molto precarie. Molti non lo faranno ancora per settimane. Ci si aspetterebbe che i primi a riaprire fossero gli spazi all’aperto o i musei che non hanno mai avuto problemi di affollamento di visitatori, ma la realtà è ben diversa. Le difficoltà legate al garantire le misure di sicurezza sono solo uno dei problemi.

Alla riapertura in ordine sparso

I musei di Firenze non riapriranno, lo ha dichiarato il sindaco spiegando di avere una città a rischio default e incapace di garantire i servizi essenziali. Conseguenza del crollo del turismo e della tassa di soggiorno. 

Ma molti altri casi non sono arrivati alle cronache nazionali. Palazzo Ducale a Venezia non riaprirà fino a metà giugno, musei autonomi come il MarTa di Taranto o il MANN di Napoli non hanno annunciato date di riapertura, Colosseo e Uffizi riapriranno a fine mese, così come Pompei, realtà all’aperto che nonostante ciò offrirà visite ridotte e limitate. Dalle Alpi alla Sicilia sono tanti i musei che non sono pronti per riaprire, o che lo faranno a giorni alterni e con orari ridotti, come il Museo Egizio di Torino, o i musei civici di Milano. Ma ci sono anche casi di Musei che offriranno orari di apertura ampliati per far fronte alla situazione, come i Musei civici di Roma

Scorrendo le liste a disposizione, analizzando le informazioni che arrivano da tutta Italia, è chiaro come si sia andati e si stia andando in ordine molto sparso. Anche chi aveva garantito sui giornali di essere “pronto a riaprire”, come gli Uffizi o Pompei, tarderà. Le mostre, a cui è stato concesso di riaprire anche per tutelare gli investimenti degli organizzatori, molto spesso non riapriranno, o non subito, a partire dalla mostra su Raffaello alle Scuderie del Quirinale. Il motivo è economico: non ha senso aprire in perdita. Un po’ come accade per diversi bar o ristoranti. Certo che accada con una mostra fa un certo effetto.

Lo stesso motivo economico è alla base della mancata o ridotta riapertura di diversi musei civici e statali. Manca il personale, mancano le risorse per adeguare gli spazi. Non ne fa mistero la direzione generale Musei, chiedendo allo stesso tempo di definire “riorganizzazione” i problemi legati alla “gravissima” (citiamo dalla DG Musei) carenza di personale e di fondi. E proponendo di risolvere il problema non appianando le carenze organiche ma attraverso touch screen e digitalizzazioni.

Ma c’è anche un altro problema: chi deve pagare per mettere in condizione i musei di riaprire? La risposta non è così scontata come potrebbe sembrare.

“Qualora un museo non potesse aprire per lavori in corso o per la gravissima carenza organica attuale ovvero per altre ragioni va comunicato che esso è chiuso per riorganizzazione/ristrutturazione
Direzione Generale Musei
linee guida del 16 maggio 2020
Chi non vuole riaprire: un problema che viene da lontano

Solo il 16 maggio la Direzione Generale Musei ha pubblicato le linee guida ufficiali nel suo sito, anche se quelle indicate dal Comitato Tecnico Scientifico erano pubbliche dal 12 e diverse regioni avevano già provveduto ad organizzare le proprie: linee guida ministeriali per tutti i musei e i luoghi della cultura non statali, a oggi non esistono.

Quelle disponibili sono linee molto rigide: mascherine e guanti obbligatori, dispenser di sapone, plexiglass, ingressi contingentati, ventilazione, misurazione della temperatura corporea… Misure che potrebbero rendere decisamente meno piacevole del solito la visita in un museo. Ma non è questo il punto: sono misure che richiedono investimenti e pianificazione, richiedono ripensamenti. Per questo la DG Musei indicando le linee guida mette le mani avanti, arrivando a sostenere nel documento che i musei “sono servizi pubblici essenziali aperti al pubblico quando ricevono dalle competenti direzioni generali organizzazione e bilancio, risorse umane e finanziarie idonee a garantire la sicurezza dei lavoratori e dei visitatori”. Sancendo quindi la possibilità che gli istituti restino chiusi a lungo, nonostante siano servizi pubblici essenziali per legge.

Nel frattempo si dovrà cercare di capire chi deve pagare per permettere le riaperture. Nel sistema che attualmente regola il settore culturale, costruito dagli anni ‘90 in poi, ciò spesso non è affatto chiaro. Lo Stato, proprietario dei Musei e dei luoghi della Cultura, esternalizza ad altri soggetti i servizi di biglietteria, di guardiania, le librerie, le caffetterie… E i relativi introiti. Era un sistema assurdo, caotico, di cui molto spesso i cittadini erano e sono ignari. Un sistema che ha portato ad appalti e subappalti gravosi per le casse statali e soprattutto per i lavoratori con contratti più che precari.

Ora quel sistema chiede il conto. E non in senso metaforico. I concessionari che hanno gestito i servizi di biglietteria, caffetteria, visite guidate e via discorrendo, garantendosi nel caso dei più grandi musei profitti d’assoluto rilievo, ora, nel momento della crisi, non solo non vogliono investire per adeguare le strutture alle nuove esigenze, ma in molti casi non hanno intenzione di aprire, di fornire il personale da loro pagato (o da loro subappaltato) per rendere possibili aperture che a loro non garantirebbero entrate adeguate. Tutto ciò rientra nelle loro possibilità, e darà adito in molti casi a scontri di non facile soluzione tra concessionari e istituzioni pubbliche. 

Ma questo vale solo per una esigua minoranza di musei e di società. La lettura del problema non è semplice né lineare: se nel caso di aziende che gestiscono i servizi dei più grandi musei, fatturando decine o centinaia di milioni di euro l’anno, si tratta di un atto di puro egoismo, giocato sulla pelle dei musei e dei lavoratori, in molti casi non v’è alcun egoismo. Fuori dai grandi musei, il sistema delle esternalizzazioni e delle concessioni ha creato migliaia di realtà molto piccole che dopo due mesi di chiusura e di introiti mancati non sono in grado di garantire le riaperture e i servizi, e spesso neppure uno stipendio a chi le regge.

In molti comuni, in molti musei, la riapertura tarda e tarderà perché il sistema costruito nel corso dei decenni reggeva su un equilibrio precario e sulla divisione di una torta sempre più esigua. E oggi che i nodi sono venuti al pettine tutti contemporaneamente, a farne le spese rischiano di essere come sempre i più piccoli.

Lontano dai riflettori

Se è chiaro che nel caso di fondazioni come quella che gestisce il Museo Egizio di Torino o il Palazzo Ducale di Venezia rallentare la riapertura è essenziale per ridurre le perdite, se è chiaro che riaprire una Pompei senza domus serve ugualmente ad appianare le perdite, molto meno semplice è comprendere i problemi che stanno affrontando i musei piccoli e medi, quelli dove non vi sono grossi gruppi a dettare i tempi, dove non v’è il rischio di flussi di massa, ma esigenze e problemi ben diversi: purtroppo, molte di queste legate comunque alla disfunzionale macchinosità del sistema delle esternalizzazioni costruito dopo il 1993.

Secondo le stime dell’Associazione Nazionale dei Piccoli Musei solo il 30% dei musei riaprirà questa settimana, ma avere dati precisi è complicatissimo. Nei musei italiani troviamo una pletora di gestioni diverse: totalmente statali o comunali, esternalizzate, centralizzate ma con servizi esternalizzati, musei tenuti aperti da una sola persona, direttori che lavorano con partita IVA… e lo stesso vale per le biblioteche. Su questo sistema confusionario e microparcellizzato due mesi di chiusura hanno avuto l’effetto di un asteroide.

Ne abbiamo parlato con diversi direttori e gestori di musei, per offrirvi uno spaccato di ciò che sta accadendo. Per il direttore del Museo dell’Alto Garda, Matteo Rapanà, il problema più grosso è l’aumento dei costi di gestione, fino al 70%: “l’istituto è diviso in diverse sedi, alcune di queste sono castelli o forti della prima guerra mondiale. Una pulizia giornaliera di tutti gli ambienti per noi, anche in previsione di un’assenza del turismo tedesco, dunque di introiti minori, è insostenibile”. Rapanà, che dirige il museo con un contratto da direttore di museo, per via del diverso sistema vigente in Trentino, ci spiega che con gli altri musei del sistema museale trentino si sono organizzati per condividere le spese e la formazione del personale, ma nonostante ciò teme di dover ridurre gli orari di apertura per poter garantire la pulizia di tutti gli ambienti aperti al pubblico. La riapertura è prevista per l’inizio di giugno.

Non ha invece dubbi Giulia Balzano, che gestisce con un’associazione di cui è socia dipendente il Museo dell’Ossidiana a Pau, in Sardegna: le pulizie straordinarie toccheranno a lei e alle sue colleghe, carico di lavoro extra senza stipendio extra. Ma non è quello il problema: “Siamo state fortunate perché il contratto di gestione con il Comune prevede un fisso garantito, molti nostri colleghi in questi mesi non hanno avuto neppure quello. Ma il grosso del nostro stipendio veniva dai servizi aggiuntivi, dalle visite guidate al bookshop: avevamo costruito un contatto umano, personale con il territorio, in un museo in cui il tatto è fondamentale. Con i servizi ridotti per noi sarà difficilissimo avere di che vivere”. Balzano ci spiega che apriranno, vogliono riaprire, il prima possibile, per dare un segnale forte, ma il rischio concreto nell’immediato è quello di farlo rimettendoci i soldi della benzina. Conta, con le sue colleghe, sull’aiuto del Comune per adeguare il Museo alle nuove normative.

Ancor diverso è il caso del Museo delle Navi Antiche di Pisa, gestito da una cooperativa ma diretto da Andrea Camilli, funzionario del MiBACT che se ne occupa gratuitamente. Aveva aperto pochi mesi fa con uno straordinario successo di pubblico “tutto grazie agli operatori, ragazzi e professionisti straordinari, per fortuna tutti con contratto a tempo indeterminato” ci tiene a sottolineare Camilli. Ci spiega che il Museo stava costruendo una gestione molto sostenibile dal punto di vista economico, ma il colpo è stato durissimo, soprattutto per l’annullamento del fittissimo calendario di visite scolastiche, colmo fino a maggio. “Riaprire così, senza poter garantire i servizi aggiuntivi, è un rischio concreto e inutile. La Cooperativa ora ha tutti i dipendenti in cassa integrazione, se riapriranno, se questi operatori torneranno al lavoro, perderanno la cassa integrazione, ma la mia paura è che la cooperativa a queste nuove condizioni sia costretta a chiudere e licenziarli”. Non si sa ancora quando riaprirà il Museo. 

Se, dopo la lettura di questo articolo, andrete a chiedere informazioni a chi gestisce il museo del vostro paese o della vostra città, raccoglierete storie tutte simili e tutte diverse. Nel DL Rilancio i fondi per i musei statali sono pochissimi, per quelli non statali e per le biblioteche sono nulli.

Uscire dal tunnel più forti di prima

Molti musei non riapriranno. Molte biblioteche non riapriranno. Tanti altri ridurranno il servizio. E non è, ribadiamo ancora non è una questione di sicurezza, ma una questione di mancanza di norme chiare, di mancanza di fondi, di carenza gravissima di personale e, ancora, di pianificazione e di un sistema adeguato. Uscirne non sarà semplice, né veloce. 

Si potrà scegliere di garantire pochi concessionari, riducendo il servizio, chiudendo spazi, risparmiando, puntando su servizi online di bassa qualità, e facendo saltare centinaia di migliaia di posti di lavoro. O si potrà affrontare i problemi, riscrivere le leggi, mettere in chiaro i doveri e le responsabilità dei concessionari, finanziare i piccoli musei, le biblioteche e gli archivi in quanto servizi pubblici essenziali, come stabilito da Dario Franceschini stesso. 

Se ciò non sarà fatto, vivremo un anno senza cultura, o con cultura ridotta al lumicino e trasferita malamente online: e non accadrà né a causa della pandemia di COVID-19 né a causa delle misure di sicurezza, ma solo perché si è scelto di aiutare determinate imprese a non andare in perdita, sacrificando luoghi culturali e lavoro culturale. 

Non sono scelte facili. Nel frattempo, molti musei non aprono. Per “riorganizzazione”, come chiede di dire la DG Musei. 


2 Comments

antonio lampis · 18 Maggio 2020 at 21:02

Purtroppo i direttori dei musei e la
direzione generale dei musei sono le
prima vittime dell’atavico e ora emergenziale bisogno di riorganizzazione del sistema di reclutamento dei pubblici impiegati e di rilevazione dei carichi di lavoro. Crescono i rischi professionali e le tensioni ogni giorno. Non piace la parola riorganizzazione? beh è il dito., guardate la luna. Senza urgenti nuove assunzioni non si puó aprire, assicurare la tutela, fare sviluppo culturale. Mai pensato di sostituire con digitale buono o cattivo, quello serve a prescindere, per far conoscere e invitare alla visita reale, per fare ricerca anche con i linguaggi contemporanei. Riorganizzazione è una parola per rispettare chi passa ed evitare ‘Chiuso’ e basta.

wall:out magazine | Musei nel post Covid-19. Il quadro della situazione a Genova e in Italia · 28 Agosto 2020 at 08:34

[…] secondo Mi Riconosci?, il motivo principale è di tipo economico. Le aziende esterne alle quali in alcuni casi i musei hanno affidato determinati servizi come […]

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