Lo scorso 7 febbraio abbiamo segnalato il rischio concreto che pezzi del nostro Ministero siano al lavoro, sottobanco, per rendere possibile la trasformazione dei più importanti Musei statali in Fondazioni private: di fronte a tale denuncia non v’è stata ancora alcuna smentita (nonostante una vaga presa di posizione del Ministro), ma si è sollevato un prevedibile coro di “non si può fare altrimenti”, “ma è già così in tutto il mondo”, “ma non c’è alcun rischio” e via dicendo.

Non è così. I precedenti e i confronti rendono bene l’idea di quanto folle sarebbe tale trasformazione con le attuali leggi vigenti in Italia.

L’alternativa ovviamente esiste, ne esistono centinaia, va solo definita con cura sulla base delle specificità del sistema italiano: su questo arriveremo a breve. E no, non è così in tutto il mondo: ogni paese ha il suo sistema museale, con una propria storia e propri vantaggi e svantaggi. I musei più grandi sono a gestione pubblica in tantissimi Paesi europei, a partire dalla Spagna, e anche dove una forma di ibridazione pubblico-privato effettivamente esiste e funziona, non ha nulla a che vedere con ciò che qualcuno vorrebbe introdurre in Italia con questa operazione.

I PRECEDENTI E I MODELLI. In effetti il modello di questa privatizzazione multipla dei musei statali italiani, che si baserebbe sul pessimo e poco normato sistema della Fondazione di partecipazione, non è da cercare all’estero, ma proprio in Italia: non solo in alcuni musei già gestiti da fondazioni, ma soprattutto nella trasformazione (per legge, dall’oggi al domani) di tutti i teatri lirici in fondazioni private.

Accadde 23 anni fa, nel 1996. Doveva portare, si diceva al tempo, maggiori risparmi per le casse dello Stato e una migliore gestione: e come è andata? A 22 anni di distanza la Corte dei Conti spiega (per l’ennesima volta) che il sistema delle 14 Fondazioni lirico-sinfoniche così com’è stato concepito non appare più sostenibile”. Doveva portare un miglioramento dei bilanci, ha portato invece a un blocco delle assunzioni e al proliferare di contratti a termine o a chiamata, uno schiacciamento dei programmi solo sugli spettacoli più immediatamente remunerativi, la riduzione drastica degli obiettivi culturali a favore di quelli di intrattenimento: ciò che ha fatto davvero un salto di qualità notevolissimo sono gli stipendi dei dirigenti dei Teatri (oggi fondazioni), stabiliti dal cda della Fondazione stessa.

Nel settore culturale gli esempi di mala gestione a opera di Fondazioni a partecipazione pubblica abbondano, sia in alcuni musei “pubblici” di fatto gestiti in modo privatistico, come il MAXXI di Roma, o i Musei di Torino, dove la Fondazione dopo una sequenza di anni negativi ha costretto il Comune a riassumere la gestione del Borgo Medievale, sia in Fondazioni che non gestiscono beni: ci sono casi in cui con questo sistema milioni di euro di denaro pubblico vengono gestiti (male) da direttori scelti senza concorso e privi di titoli. Ma le criticità non mancano in molti altri casi comunemente descritti come “virtuosi”: la Fondazione Musei Civici di Venezia, per poter pareggiare i bilanci, ha aumentato gli orari di apertura di Palazzo Ducale, maggiormente remunerativo, sacrificando tutti gli altri musei della città, con gravi danni per i lavoratori e la gestione sostenibile dei flussi turistici; il Museo Egizio di Torino, sempre per cercare maggiori introiti, ha più che raddoppiato i biglietti di ingresso, arrivando a scivolare  in iniziative discutibili come Zumba tra le statue o sconti 2×1 su base etnica.
Esistono fondazioni culturali che funzionano bene, sia chiaro, ma con le pessime leggi attuali sta tutto alla magnanimità della dirigenza della Fondazione. Se la Fondazione che gestisce il museo non ha una mission esplicita, e se è spinta a “trovarsi i soldi da sola”, se punta al pareggio di bilancio, per forza di cose la formula si risolverà in massimo guadagno con il minimo sforzo e tagli sui diritti dei lavoratori: gli unici a non subire tagli sono sempre i dirigenti, secondo la trita retorica che solo i pochi che stanno in alto meritano dignità e gratificazione. Per questo ci si può chiedere quale sia il vantaggio di una fondazione rispetto a un museo autonomo, o meglio ancora a una rete integrata di musei autonomi adeguatamente finanziati e lasciati liberi di operare secondo le proprie esigenze. Nel nostro articolo, abbiamo individuato vantaggi esclusivamente per chi dirige la fondazione.

LE ALTERNATIVE. Si diceva, le alternative. Non c’è dubbio che i nostri musei necessitino di un po’ tutto, dai servizi aggiuntivi al personale, come illustrato da un recente rapporto ISTAT. Ma si badi, i grandi musei, in Italia, tra i quali annoveriamo molti dei Musei autonomi, hanno una necessità diversa da quella di tutti gli altri: la necessità di smettere di lasciare i servizi aggiuntivi in mano a società private che lasciano solo le briciole al museo stesso. E la ventilata cessione a Fondazioni private va in senso ottusamente opposto.

Con tutte queste specificità e mancanze legislative italiane, inutile dunque guardare all’estero, se non per notare che di fatto c’è un solo Paese in Europa occidentale in cui il modello attuale somiglia molto vagamente a quello che si vorrebbe introdurre in Italia: l’Olanda. In Olanda i musei sono stati trasformati in fondazioni all’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso, ma con due differenze fondamentali rispetto alla pessima operazione che stiamo commentando: i fondi pubblici riservati ai musei non sono diminuiti, lo Stato continua a mettere il denaro necessario al funzionamento del Museo, non si cerca affatto il pareggio di bilancio, e il sistema è stato gradualmente introdotto attraverso sette anni di sperimentazioni, aggiustamenti e mediazioni sindacali. Tutto il contrario di quanto sta avvenendo da noi, dove il contratto nazionale per il lavoratori dei Musei, non vincolante per legge, viene sistematicamente disatteso, dove le riforme si approvano in pochi giorni senza alcun dibattito pubblico, e dove si auspica il maggior autofinanziamento possibile per i grandi musei. Il sistema olandese funziona, ha aumentato i visitatori e migliorato la gestione dei musei: dovremmo dunque adottarlo? Assolutamente no, dato che il nostro patrimonio culturale e museale è totalmente diverso da quello olandese, come le esigenze di costruire un turismo che non si concentri in poche città.

L’unico Paese europeo con un patrimonio e un sistema legislativo vagamente paragonabile all’Italia è la Francia, che pur possiede la metà dei nostri Musei e un sistema centralistico che poco ha a che fare con il nostro. E anche lì, non esiste nulla di simile alle strane Fondazioni di partecipazione che già gestiscono alcuni dei nostri musei: l’unica eccezione potrebbe essere il Louvre (comunque normato in maniera molto diversa), ma come sappiamo in Italia non esiste nulla di paragonabile al Louvre, né per dimensioni né per mole di visitatori. In Francia esistono poi standard minimi e una grande fondazione nazionale, Muséés de France, che indica obiettivi e modi dell’attività museale, ponendo la gestione privata nella cultura come decisamente subordinata alle volontà pubbliche.

LE PROPOSTE E LE ESIGENZE. Se dunque si vogliono riformare i nostri Musei, da dove partire? Certo non dalla Fondazioni di partecipazione: le Fondazioni culturali a partecipazione pubblica devono anzitutto essere abbondantemente riformate, vincolandole al rispetto di alcuni standard minimi dei diritti dei lavoratori e ad avere dirigenze scelte in base a competenze attraverso bandi trasparenti. Se si vogliono riformare i nostri musei, bisogna partire dalle esigenze dei musei stessi.

Esistono delle esigenze di ordine economico, sociale e scientifico, interrelazionate tra loro. Ad esempio, dovremmo evitare che le sponsorizzazioni culturali diventino un modo per evadere e riciclare denaro; dovremmo favorire il crowdfunding e le piccole donazioni, obbligando per legge i musei ad adottare meccaniche che tutelino la loro indipendenza, e a darsi come mission il creare relazioni e la crescita del territorio (non solo dell’istituzione stessa); dovremmo consentire ai musei di assumere secondo le esigenze, rispettando il contratto nazionale e dialogando con sindacati e associazioni di categoria dove necessario; dovremmo spingere per legge ogni museo a dotarsi di un direttore e di un comitato scientifico, ma mettendolo in condizione di poterlo fare; dovremmo redistribuire i fondi dei grandi musei creando sistemi territoriali organici, nei quali gli istituti più piccoli non siano subalterni; dovremmo dare la possibilità anche ai piccoli musei di attivare servizi aggiuntivi che li rendano luoghi vivi e vissuti (e per farlo si deve procedere con una nuova e urgente legge per re-internalizzarli, problema che né Francia né Olanda avevano); dovremmo rivedere i sistemi di gratuità permettendo ai residenti di invadere i musei locali per poi innamorarsene e divenirne sostenitori; e infine, dovremmo disincentivare con forza la competizione tra diverse aree e istituti del Paese. E tanto altro.

Una riforma ben fatta e seria costa, sì, ma darebbe risultati straordinari sia in termini di indotto economico sia in termini di crescita a livello culturale e sociale. La salvaguardia di ogni segmento della nostra eredità culturale non può essere lasciata né al privato, senza alcuna garanzia che i diritti dei lavoratori e le esigenze dei beni culturali siano davvero tutelate, né tantomeno al mercato, che non lascia scampo a chi non produce profitto. Non è questo il luogo per arrivare a una proposta onnicomprensiva e inattaccabile, che tenga conto delle molteplici anime che compongono il nostro settore, e che pezzo per pezzo costituiscono il nostro multiforme patrimonio culturale: servono commissioni, dibattito parlamentare e anni di sperimentazione e aggiustamenti.

In questo quadro, le fondazioni di partecipazione non risolvono nulla, anzi. Il modello italiano di fondazione a gestione di patrimonio pubblico, finora, è stato fallimentare e ottuso. Non v’è alcun motivo per estenderlo ai nostri più grandi musei, se non la malafede o l’ideologia. Le alternative esistono e vanno esplorate e analizzate: si abbia il coraggio di guardare in faccia la realtà.


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