Diversi musei del mondo prospettano di vendere pezzi della propria collezione.

Una tendenza preoccupante, anche per l’Italia.

Poche settimane fa ha fatto rumore la notizia della messa in vendita di opere di Rodin da parte del museo a lui intitolato a Parigi: nello specifico la direzione ha deciso di vendere alcune copie autentiche, ossia autorizzate dallo stesso artista, al fine di procurarsi liquidità. Alla base di questa scelta una ragione molto semplice: dopo la chiusura dovuta al lockdown e dopo l’adozione di misure atte a contingentare il numero dei visitatori, le casse del museo sono pressoché vuote. La notizia ha fatto rumore sì, ma non abbastanza. 

Come abbiamo già spiegato, infatti, non si tratta di un caso isolato, né un processo che si è innescato solo in ragione dell’emergenza sanitaria, né tanto meno esclusivo di un solo Paese. La vendita di parte della collezione è solo la punta di un iceberg.

A risentire maggiormente della situazione sono stati i musei di quei paesi in cui gli istituti dipendono per la maggior parte o interamente da finanziamenti privati. Tra tutti emblematico è il caso degli USA: il 19 marzo di quest’anno l’American Alliance of Museums ha segnalato di avere “disperato bisogno di supporto federale per mantenere i posti di lavoro, per tutelare il nostro patrimonio culturale, per aiutare la ricostruzione dell’industria turistica nazionale, e semplicemente per sopravvivere nei mesi che verranno”.  Purtroppo quanto previsto si è poi tragicamente verificato:  già quest’estate praticamente tutti i più grandi musei americani avevano perpetrato pesanti tagli al personale per poter affrontare le ristrettezze dovute all’emergenza COVID. Per non parlare dei più piccoli che rischiano di non riaprire.

Ed è sempre dagli Stati Uniti che arriva la notizia della storica decisione presa dalla Association of Art Museums Directors (AAMD) a maggio scorso: la vendita di opere da parte del museo è permessa, a patto che i proventi vengano utilizzati per l’assistenza diretta delle collezioni permanenti. Interessante è il fatto che i proventi saranno utilizzati per mantenere in ordine i bilanci dei musei, prima che per salvare i posti di lavoro. Una legge di mercato piuttosto semplice.

I musei italiani e quella voglia di privatizzazione

Sono vicende che a noi possono apparire lontane. In Italia i musei non stanno mettendo in vendita le loro collezioni: nei più importanti musei gestiti da Fondazioni private, le collezioni sono in realtà di proprietà interamente pubblica. E dunque la vendita non può essere neppure valutata. Questo non ci permette comunque di rimanere tranquilli, poiché l’avanzare di una tendenza internazionale come quella a cui stiamo assistendo suscita simpatie anche nel nostro Paese.

Non a caso negli ultimi decenni in Italia lo spazio privato all’interno del patrimonio culturale pubblico è aumentato esponenzialmente, da quando cioè la legislazione italiana permise agli (ex) mecenati di diventare sponsor e associare il proprio marchio all’istituzione che veniva sponsorizzata, creando peraltro una radicale differenza tra piccoli e grandi musei nella possibilità di ottenere finanziamenti privati. Al Museo Egizio ad esempio pur di tenere in pari i bilanci si offrono a soggetti singoli o aziende spazi per matrimoni, cene o sessioni di zumba, e situazioni molto simili si registrano in tanti altri musei.

In situazioni di emergenza, quale ad esempio quella del lockdown, queste attività hanno subito un arresto improvviso, così come l’attività ordinaria di sbigliettamento, compromettendo le entrate di fondazioni museali e musei autonomi, con grandi rischi per i bilanci. Quello che si verifica in questi casi è piuttosto semplice da prevedere, visti i precedenti: se le spese sono alte e le entrate sono nulle, allora i privati smettono di investire e non resta altro da fare che rivolgersi allo Stato, al Ministero appunto, allo scopo di garantire la conservazione delle collezioni e la continuità contrattuale del personale assunto. Nel frattempo si riducono i servizi, come successo al Museo Egizio di Torino, ai Musei Civici di Venezia o di Firenze.

Tutti sappiamo quanti esempi esistano di virtuosa collaborazione tra soggetti pubblici e privati, quali associazioni o simili, nella gestione e valorizzazione di determinati beni pubblici, specie in piccole realtà: questo avviene in presenza di una progettualità in cui il soggetto pubblico, ovvero l’amministrazione, non è subalterno né bisognoso di aiuto, ma cerca e trova attivamente soluzioni.  

Ma al contrario, sempre più spesso i musei aprono le porte all’iniziativa privata per porre soluzioni tappabuchi al proprio bilancio, o per permettersi qualche biglietto staccato in più. Il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è continua a spostarsi, come ha dimostrato recentemente il Comune di Firenze che ha concesso gratuitamente Palazzo Vecchio per un evento privato e profit. La vendita di opere appare pienamente in linea con questa tendenza.

Permanente, non immutabile

Insomma, anche se in Italia i musei non sono arrivati a proporre di smembrare le proprie collezioni, il pericolo di una deriva di questo tipo non va sottovalutato. Abbiamo il dovere di ribadire che cedere pezzi e spazi di un museo al solo scopo di battere cassa non può e non deve essere il prezzo da pagare per la tutela e la conservazione del patrimonio stesso: questa tendenza porta ad un gravissimo paradosso, che costringe i musei ad obbedire alle leggi economiche del mercato. 

La vendita di opere per far fronte alle necessità impellenti di un museo, come la chiusura dello stesso al pubblico per party privati, si dimostra un modo per far regredire il museo stesso: dopo decenni di interrogativi intorno alla sua funzione sociale, rischia di diventare un contenitore pieno (se tutto va bene) di “prodotti” che hanno un valore di mercato, dei quali ci si può appropriare in via più o meno esclusiva in base alla capacità economica del singolo.

Il Museo è invece per definizione un istituto senza scopo di lucro, e lo è per una semplice ma per nulla banale ragione: il patrimonio è per tutti e di tutti.

Proprio per questo la direzione di un museo non dovrebbe mai piegare le proprie decisioni in merito a scambi, restituzioni e prestiti, a logiche di mercato, che depauperano il museo della sua missione. La collezione di un museo e i suoi processi di trasformazione sono parte integrante della storia non solo di quell’istituto, ma anche del territorio che lo ospita e della gente che lo vive: trasformare, spostare, donare, scambiare, restituire possono essere atti di forte valore simbolico al fine di contestualizzare, o ri-contestualizzare, per mezzo degli oggetti alcuni significati che hanno una certa rilevanza nel presente. Auspichiamo che la parola “permanente” nella definizione delle collezioni di Museo diventi un’esortazione e un impegno di responsabilità, dove per permanente non s’intende immutabile, bensì presente e forte della sua missione, nonostante le crisi sanitarie, il succedersi dei governi e le mutevoli leggi nel mercato.

 


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