La calca attorno al David nella Galleria dell'Accademia di Firenze

Le polemiche scaturite dalle recenti dichiarazioni di Cecilie Hollberg impongono una riflessione su Firenze e i suoi musei, andando oltre la retorica e l’ipocrisia delle istituzioni

Molte polemiche si sono sollevate sulle recenti dichiarazioni di Cecilie Hollberg, in uscita dal secondo mandato di direttrice della Galleria dell’Accademia di Firenze. Dopo aver espresso preoccupazione sulle condizioni della città, non più a misura dei cittadini, Hollberg, ha chiuso dicendo: “Una volta che una città è diventata meretrice sarà impossibile farla tornare vergine”. 

La metafora ha provocato grande scandalo ai piani alti del MiC e dell’amministrazione fiorentina: “grave e offensiva” l’hanno definita il ministro Sangiuliano e il sindaco Nardella, “delirante” l’assessora alla cultura Bettini. Il ministro sembra addirittura intenzionato a prendere seri provvedimenti nei confronti di Hollberg, rea di aver sporcato il nome di una città che, a detta di Nardella, “dà lavoro a migliaia di persone, anche alla direttrice”. Una reazione che stride clamorosamente col silenzio dello stesso Sangiuliano sul vergognoso comportamento e sui ripetuti insulti del sottosegretario di Stato Vittorio Sgarbi (ora dimissionario), che perdipiù, a differenza di Hollberg, occupava un ruolo di rappresentanza nel governo.

Nascondersi dietro una parola (sessista)

In pochi sono andati oltre alla forma del messaggio – in effetti sessista e discutibile – soffermandosi sul contenuto. L’episodio apre invece a più considerazioni. In primo luogo viene spontaneo riflettere sulla retorica utilizzata dai rappresentanti delle amministrazioni, che hanno definito l’uscita della direttrice uno “schiaffo” nei confronti dei “sentimenti” degli italiani, un attacco alla “nostra identità e storia nazionale”. Le parole scelte spostano in secondo piano il contenuto della dichiarazione di Hollberg, trasformando la denuncia in un giudizio morale. 

Nondimeno, la martellante esaltazione dell’identità nazionale da parte di Sangiuliano – concetto già ossessivo nell’atto di indirizzo ministeriale del 2023 – pare sottendere la pericolosa convinzione che certi concetti, alla stregua di dogmi, vadano difesi acriticamente e a priori. 

La seconda considerazione, più ampia, va naturalmente dedicata a Firenze e alla gestione del turismo di massa. Non è trascorso molto dalla pubblicazione dei dati relativi alle presenze turistiche in città nell’estate 2023, dati che confermano un trend che, se positivo dal punto di vista prettamente economico, appare invece preoccupante per il futuro della città: su 4,6 milioni di pernottamenti da giugno a settembre, per quasi il 90% si trattava di pernottamenti di turisti stranieri, con il turismo interno che vale ormai poco più del 10% dei pernottamenti. Davanti a questi numeri, accolti acriticamente, l’assessora Bettini ribadiva la “necessità di proseguire nell’azione intrapresa per la promozione congiunta di tutto il territorio metropolitano”, anche volta all’“alleggerimento della pressione turistica sul centro storico di Firenze”. Tracce concrete di questo alleggerimento, però, non se ne sono viste e il tema della pressione turistica è stato finora solamente evocato per giustificare iniziative scientificamente discutibili, come gli Uffizi diffusi. Al contrario, continuano ad aprire nuove strutture ricettive rivolte a un turismo d’élite, che aggirano i divieti previsti dalla normativa per il territorio comunale grazie all’ambigua e redditizia formula degli “studentati” di lusso – su questo rimandiamo al bel libro di Ilaria Agostini e Francesca Conti edito nel 2023. 

La corsa ai numeri: ma chi ci guadagna?

Da anni a Firenze si è radicata una politica che vede nel turismo la più redditizia fonte di entrate. Si tratta però di una ricchezza che non viene minimamente redistribuita. Come evidenziato nel 2023 da un’inchiesta dell’Irpet dedicata al lavoro nel settore culturale e commissionata dalla Regione Toscana, questo tipo di turismo produce una netta “polarizzazione” nel panorama lavorativo, ossia una crescita molto limitata dell’occupazione qualificata e adeguatamente retribuita, e, per contro, una crescita decisamente accentuata dell’occupazione a bassa qualificazione, con minori tutele e remunerazione. I numeri raccolti lo scorso inverno dalla nostra inchiesta sul lavoro culturale offrono il dettaglio di questo penoso quadro, aggravato in Toscana dalla estrema diffusione del volontariato. 

Dall’altro lato, questo tipo di turismo si mangia la città. Parliamo della città intesa come luogo “in grado di fornire servizi alla propria popolazione […] elettivo della produzione di cultura”, come definito dalla Treccani. A Firenze imperversa un’emergenza abitativa senza precedenti, con la gentrificazione ormai estesa ai quartieri limitrofi al centro storico, e l’incessante perdita di cittadini abitanti (-500 l’anno circa) in assenza di politiche di inclusione.

E in tutto questo i musei come se la passano? I dati numerici sui visitatori, tanto sbandierati da dirigenze e politica, non solo sono possibili anche grazie allo sfruttamento di lavoratori precari, ma nascondono gravi problemi di fruizione e vivibilità degli spazi, causati dalle code e dall’affollamento nelle sale. E invece di dotarsi di nuovi strumenti (come studi adeguati sulla capacità di carico), si velocizzano semmai le visite nelle sale togliendo le sedute: al primo piano degli Uffizi ci sono in tutte le sale; al secondo piano, quello di Giotto e Michelangelo, ci sono solo nei corridoi. 

La Galleria dell’Accademia, un simbolo in negativo

Non si sottrae a questo trend la Galleria dell’Accademia di Cecilie Hollberg, che nel 2023 ha raggiunto i 2.013.974 visitatori, il 41% in più rispetto al 2022. Si parla dunque di 6.000 presenze al giorno (con picchi di 10.000 presenze al giorno durante le aperture serali estive!): non più affollate solo davanti al David, ma apparentemente “distribuite in ogni sala” secondo il report (2016-2022) sull’attività del museo. In questo stesso arco temporale gli introiti del museo sono saliti del +45%, ma non si problematizza tale aumento, che è stato possibile grazie a un primo rincaro del costo dei biglietti di entrata avvenuto nel 2019. A oggi, il prezzo di un biglietto intero – naturalmente di nuovo aumentato – è di 16 euro più 4 euro. Questi numeri, di per sé certamente positivi, descrivono la condizione di un luogo ormai votato al turismo di massa, che non è più in grado (o forse peggio, non vuole) di dialogare con la cittadinanza e si è trasformato in uno dei musei-simbolo dell’invivibilità di Firenze.  Entrare senza prenotazione è possibile solo accettando di fare più di due ore di coda. Per parlare di inclusività e di accessibilità negli spazi culturali, si potrebbe cominciare da qui.

A tutti coloro che hanno a cuore Firenze, le parole di Hollberg e lo sdegno delle amministrazioni suonano a dir poco ipocrite. Se la prima depreca ciò che ha alimentato per otto anni, amministrazioni e Ministero dovrebbero invece guardare in faccia la realtà, perché una città che si svende al miglior offerente, mortificando la sua storia e tradendo i suoi abitanti, è molto peggio di una “meretrice”.

Articolo a cura di Mi Riconosci -Toscana

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