Il Ministro dei Beni Culturali vuole valorizzare i borghi attraverso alberghi diffusi e turismo internazionale ricco: una retorica tossica che ha già mostrato i suoi limiti

Corvara, nell’entroterra abruzzese, è una località più o meno nota soprattutto per il suo stato di abbandono e per la resistenza dei tre soli abitanti che ne continuano ad animare il borgo medievale, provato dai terremoti e in serie condizioni di abbandono. Uno di quei cosiddetti “borghi fantasma”, che caratterizzano la retorica mediatica soprattutto per l’Italia centro-meridionale: luoghi sospesi nel tempo, dominati dal silenzio, abitati (quando lo sono ancora) da poche decine di persone e frequentemente motivo di interesse nel sempre attuale discorso su ripartenza e valorizzazione. Quei luoghi che spesso entrano nel dibattito pubblico come ideali “hotel diffusi”, come nell’intervista del Ministro Franceschini rilasciata al Corriere della Sera il 31 maggio scorso.

Ma solo chi conosce dall’interno Corvara sa che la sua attuale condizione è proprio dovuta a un tentativo spericolato di farne un borgo per turisti, con l’obiettivo di supplire alla mancanza di popolazione: nel 2010 il gruppo imprenditoriale Paggi, dopo aver comprato a cifre infime buona parte del borgo medievale con la promessa di un riscatto comunitario, festeggiava l’inaugurazione di una piccola parte di albergo diffuso, che avrebbe dovuto fungere da polo attrattivo per ricchi turisti alla ricerca di un’esperienza alberghiera di lusso nella suggestività di strutture storiche sullo sfondo del Gran Sasso. 

Purtroppo, oltre il ristretto nucleo di immobili interessato dall’opera di restauro, il resto della proprietà non ha goduto di grande fortuna quando il gruppo imprenditoriale è fallito e i terremoti e l’incuria hanno reso inagibili le strutture: calcinacci, impalcature alla buona e ruderi accompagnano le odierne passeggiate per la parte di borgo finita sotto le mani del presunto benefattore.

Tra retorica e realtà

La storia recente del piccolo borgo medievale di Corvara è non solo utile a gettare un po’ di luce su un cosmo di realtà troppo spesso dimenticate o volontariamente tralasciate, ma anche per sdoganare il mito del rilancio del Patrimonio tramite turismo ricco e persone facoltose che non vedano beni culturali, ma beni di consumo: ottica che invece traspare ancora dall’intervista di Dario Franceschini del 31 Maggio al Corriere della Sera, incentrata su rilancio del turismo, Alta Velocità (di cui abbiamo trattato in altra sede) e, appunto, borghi. 

L’Italia secondo il Ministro dei Beni Culturali dovrebbe puntare “a un turismo internazionale di livello alto e con capacità di spesa”. Si propone un piano di rilancio dei borghi appenninici, “luoghi bellissimi”, purtroppo “spesso abbandonati o trascurati”, che in qualche modo vanno rivalorizzati; e poi: “hotel diffusi, cammini ciclabili, ferrovie storiche, cibo, natura, arte. Un modo di offrire turismo esperienziale, quella possibilità di vivere all’italiana che tutti nel mondo sognano”.

A parte la suggestività tipica dell’immaginario rurale, riaffiorante anche nelle parole del Ministro, le atmosfere particolarmente nazionalpopolari -sembra che chi lì vive debba sentirsi onorificato da qualche speciale merito alla resilienza-, la realtà dei fatti è che c’è una parte di Penisola che semplicemente non ce l’ha fatta, e non ce la fa, a rimanere al passo con l’era del consumo e le comodità contemporanee.
I motivi sono tanti e accomunano i piccoli comuni montani o a vocazione agricola da Nord a Sud, dall’isolamento geografico alla pessima organizzazione dei trasporti pubblici, che spesso non collegano questi luoghi con gli altri centri o lo fanno a fatica; dal gap digitale alla difficoltà nel garantire ovunque giusti servizi energetici e all’impoverimento progressivo di servizi pubblici (rimandiamo all’articolo di OpenPolis per un approfondimento sulle disuguaglianze nell’istruzione pubblica, anche su base territoriale).

Duole constatare che il Ministro, quando parla delle aree montane appenniniche, sembri non ricordare (o voler ricordare) che sono le stesse zone ad alta incidenza sismica che negli ultimi decenni hanno visto disastri e crolli ingenti di interi paesi: i centri storici sono ancora puntellati, per metà diroccati, spesso immersi nel silenzio di una vita che ha cessato di essere ed ha dovuto ricostruirsi altrove e intrappolati nell’istante che li ha visti tremare, perché da allora molti non hanno ricevuto alcun tipo di aiuto per ripartire. Nel centro storico de L’Aquila (solo uno degli esempi possibili) a dieci anni dal sisma la maggior parte degli edifici ricostruiti e riportati alle loro funzioni erano quelli di matrice privata, mentre in tantissime realtà abruzzesi i servizi pubblici, specialmente scolastici, si svolgono ancora nelle strutture leggere provvisorie allestite nel 2009.

Il miraggio del miracolo

Eppure, ciò stante, la prospettiva ministeriale sembra quella di vendere l’immagine stereotipata delle “Vacanze romane” di hollywoodiana memoria, senza realmente riflettere su quali siano le necessità del Patrimonio e di chi i luoghi storici li vive quotidianamente. E venderla a un “turismo internazionale con grande capacità di spesa”, mentre il resto del mondo parla di turismo di prossimità.

Non proporremo in questa sede soluzioni per problemi strutturali che vedono gli albori negli anni ‘50 e ‘60: le letture a riguardo non mancano. Ciò che ci interessa è notare, dopo decenni, che ogni volta che la politica nazionale parla delle disagevoli condizioni di molti borghi italiani, la risposta sembra risiedere nel miracolo turistico. 

L’intenzione di investire sul serio in questo tipo di turismo sembra tutt’altro che presente nelle pianificazioni del MiBACT e la frettolosità nel passare da valorizzazione dei borghi, a turismo internazionale “con grande capacità di spesa” ad Alta Velocità e Ponte sullo Stretto sembra esserne la conferma, così come lo sembra uno spunto in particolare che nell’intervista viene dato nell’immaginare lo sviluppo del centro-sud: l’hotel diffuso, nuovo modello di esperienza italiana per quel “turismo con grande capacità di spesa” già menzionato. A chi giova questa retorica? 

Chi vive i borghi lo sa: gli alberghi diffusi vengono sempre più ben visti dai piccoli centri che vivono lo spopolamento e temono il decadimento delle strutture. Ma da chi amministra ci si aspetterebbe una puntuale analisi dei dati: per la ricostruzione dei nuclei storici e la gestione di essi il paradigma del deus ex machina che arriva da lontano ha pienamente dimostrato anche i suoi rischi e limiti, legati a tentativi di semplice speculazione a basso costo. 

Per un esempio felice che arriva sui giornali ci sono tanti esempi di borghi decadenti e spopolati, magari ormai proprietà di aziende in fallimento o all’inseguimento del guadagno maggiore, che spariscono dai media, come il caso sopra menzionato del borgo di Corvara, o di Santo Stefano di Sessanio, dove nel 2017 tutti i lavoratori impiegati nell’Hotel diffuso “Sextanio”, la creatura dell’imprenditore italo-svedese Daniele Kihlgren, si sono ritrovati disoccupati da un giorno all’altro per i pochi introiti dovuti alla scarsità di turisti che foraggiassero le strutture.

I borghi italiani hanno bisogno di sostegno, di aiuto, di pianificazione, e del riconoscimento della loro unicità. La salvezza può arrivare solo da lì, non dal turismo internazionale con grande capacità di spesa, né da investimenti poco mirati e mal coordinati. 


3 Comments

Mario Del Vecchio · 8 Giugno 2020 at 11:20

Analisi profonda e corretta e poiché sono stato e sono uno dei fautori del recupero dei centri minori mi permetto di intervenire. Ho seguito da vicino le vicende di Santo Stefano ed anche di qualche altro tentativo ed il punto vero è che si insiste (media e pubblicistica come sempre tendono a rappresentare la realtà pet quella che meglio appare piuttosto per quella che è) sul turismo come panacea. La realtà è un’altra: il fascino per il turista (sia nazionale che internazionale) può derivare solo dall’autenticità che non è rimettere a posto qualche rudere da affittare ai turisti, ma di generare le condizioni del ritorno di abitanti, del ritorno della vita vera, di persone in carne e ossa che vivono il borgo tutto l’anno ed al suo interno riescano a trovare anche le condizioni per vivere con dignità: quindi strade percorribili, servizi territoriali super efficienti, vantaggio fiscale per tutte le attività che si insediano. Se il borgo vive i turisti sono attratti dall’inevitabile genuinità che deriva da un borgo abitato, da un borgo che protegge il suo territorio in quanto umanizzato. Non solo case restaurate ma anche campagne coltivate, fossi ripuliti, boschi curati, botteghe artigiane attive, ecc.
La mia idea di Albergo diffuso

Mario Del Vecchio · 8 Giugno 2020 at 11:20

Analisi profonda e corretta e poiché sono stato e sono uno dei fautori del recupero dei centri minori mi permetto di intervenire. Ho seguito da vicino le vicende di Santo Stefano ed anche di qualche altro tentativo ed il punto vero è che si insiste (media e pubblicistica come sempre tendono a rappresentare la realtà pet quella che meglio appare piuttosto per quella che è) sul turismo come panacea. La realtà è un’altra: il fascino per il turista (sia nazionale che internazionale) può derivare solo dall’autenticità che non è rimettere a posto qualche rudere da affittare ai turisti, ma di generare le condizioni del ritorno di abitanti, del ritorno della vita vera, di persone in carne e ossa che vivono il borgo tutto l’anno ed al suo interno riescano a trovare anche le condizioni per vivere con dignità: quindi strade percorribili, servizi territoriali super efficienti, vantaggio fiscale per tutte le attività che si insediano. Se il borgo vive i turisti sono attratti dall’inevitabile genuinità che deriva da un borgo abitato, da un borgo che protegge il suo territorio in quanto umanizzato. Non solo case restaurate ma anche campagne coltivate, fossi ripuliti, boschi curati, botteghe artigiane attive, ecc.
La mia idea di Albergo diffuso

Antonio Pizzola · 9 Giugno 2020 at 20:08

Da architetto mi sono trovato e mi trovo ad affrontare il tema sviluppato in modo approfondito dal post, condividendone i presupposti. L’occasione di recuperare interi pezzi del paesaggio italiano abbandonato è unica, visti i fondi europei a ciò destinati che sembrano nelle promesse piovere sulle nostre teste. Ma per evitare di generare simulacri vuoti alimentando solo i profitti dei costruttori e la retorica di potere occorre mettere in campo strumenti normativi e culturali diversi. Occorre cioè che il programma di sviluppo sostenibile site specifc fondato sulle valorialità locali non si limiti all’intervento una tantum ma accompagni le popolazioni sui territori per un periodo congruo, promuovendo formazione e supporto per lo sviluppo di una rete di imprenditori locali. È necessario sviluppare nuovi modelli di approccio al patrimonio storico che, come rileva il post, non può sbriciolarsi alla prima catastrofe naturale provocando stragi di residenti. C’è bisogno di dotare le comunità locali di unfrastrutture tecnologiche che consentano loro di mettersi in connessione con il resto del mindo, di rendersi indipendenti nel reperimento delle risorse primarie e dell’energia. In una parola promuovere una modernizzazione libera da vincoli ormai obsoleti ma nel contempo attenta al patrimonio valoriale del luogo. Utopia? Forse, perché la metropoli forse non lo è stata?

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