Nel DL agosto le misure per la cultura latitano, ma troviamo un nuovo corso per dirigenti e più fondi per contratti brevi. Una ricetta fallimentare e classista.

Stando alle bozze approvate e diffuse, il Decreto Legge “Agosto”, nel mezzo di provvedimenti più o meno efficaci e sensati, come gli opinabili 70 milioni di euro per il rinnovo dei bus turistici e vari bonus e incentivi sempre troppo poco strutturali, regala due novità importanti per il mondo dei Beni Culturali. Stavolta non sono novità che riguardano la struttura del ministero o l’organizzazione, come tante altre sorprese d’agosto in anni recenti. Riguardano il lavoro. 

E lasciano basiti, dato che portano avanti la stessa formula che ha dato così tanti pessimi frutti nei decenni recenti. Da una parte, si stanziano fondi per dare la possibilità al Ministero di assumere con collaborazioni brevi (massimo 15 mesi), dall’altra si istituisce uno strano corso a cui si accede per concorso e che dà la possibilità di diventare dirigenti ministeriali.

Siamo piuttosto certi che ben pochi tra i nostri lettori e tra chi conosce il mondo dei Beni Culturali avrebbe posto questi due provvedimenti tra le priorità, in un momento in cui l’intero sistema sta collassando, ma questi sono i provvedimenti che siamo costretti a commentare.

Partiamo dal secondo, il più clamorosamente inutile dei due, il “corso-concorso per dirigenti”.  Data l’esistenza in Italia di corsi post-laurea senza paragoni in Europa (le Scuole di Specializzazione), aggiungere un ulteriore corso risulta inspiegabile se non come compimento malfatto di quel progetto dell’ex presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali Giuliano Volpe, vicinissimo a Dario Franceschini. Volpe da più di un decennio teorizza la creazione di una Scuola per il Patrimonio che sostituisca le Scuole di Specializzazione e formi il personale ministeriale.

La Scuola come forse sapete è nata nel 2018, con la creazione di una fondazione inondata di fondi pubblici, non ha sostituito nulla e ha creato un unicum a livello europeo: un corso post dottorato, di valore nullo a livello internazionale e di utilizzo incomprensibile. Chiaro è che questo strano corso-concorso, escogitato senza confronto e nel riserbo dei corridoi ministeriali, serva a blindare quella operazione dannosa e superflua, senza passi indietro di fronte alle critiche. Forse si pensa che la professionalità di formi solo con corsi ed esami: idea non solo sbagliata, ma pericolosa, perché sovvertendo il concetto di formazione sul posto di lavoro, regala (come le Scuole di Specializzazione stesse) ore lavorate senza compenso alle imprese e alla Pubblica Amministrazione.

Per diventare dirigenti ministeriali nei Beni Culturali, dunque, sarà necessario studiare almeno 9 anni (triennale+magistrale+specializzazione+corso neonato): una situazione senza paragoni nella pubblica amministrazione Italiana. Questa follia formativa avviene in un Ministero in cui, già ora, i funzionari presentano un percorso formativo di (almeno) 7 anni, caso anch’esso unico in tutta la pubblica amministrazione.

A che serve allungarlo ancora? E questo ci porta al secondo punto in discussione, lo stanziamento di fondi per incentivare ad attivare collaborazioni a termine nelle Soprintendenze. Nel momento in cui c’è una acclarata carenza strutturale di personale, in cui servono migliaia di assunzioni (5-6 mila, si calcola), in cui concorsi sono stati annunciati e altri sono già partiti, ecco che si incentiva il contratto flessibile, come fossimo nel 1992, come se gli ultimi 30 anni non abbiano illustrato chiaramente che maggiore precarizzazione porta all’aggravarsi dei problemi, non alla soluzione degli stessi. Dobbiamo aspettarci che quelle migliaia di assunzioni siano sostituite da contratti a tempo usati come tappabuchi strutturali?

Se i funzionari vincitori di concorso sono tra i meno pagati di tutti i ministeri italiani, non osiamo immaginare quanto verranno pagati questi precari. E il fatto che tutto ciò già “succeda informalmente” (pensiamo alle assunzioni della società ALES, partecipata al 100% dal ministero), non giustifica la scelta, ma la rende ancor più imbarazzante in un momento in cui tutti i nodi stanno venendo al pettine.

Aumentando la precarietà, aumentando gli anni di studio, si otterrà un solo risultato: selezionare i professionisti dei beni culturali sulla base di criteri che nulla hanno a che fare con la loro competenza, ma con la loro capacità di resistenza allo sfruttamento, di fegato e con la disponibilità di una stabilità economica che viene dall’esterno, in particolare dal nucleo familiare d’origine.

La nostra costituzione dice che “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art.4) e che “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi” (art.34).

Questo oggi nel settore dei beni culturali, come in tanti altri, non accade. Con questi due provvedimenti agostani, la situazione non potrà che peggiorare. E chi sceglie di portare avanti tali norme, è, indubbiamente, pervaso da una ignoranza o una certa compiacenza classista. Non possiamo permettercelo, dopo trent’anni di fallimenti.


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