Le vicende di questi giorni riaprono un dibattito mai sopito. Abbiamo di fronte a una sfida storica, ma è ormai chiaro che non possiamo limitarci a conservare le testimonianze materiali di un passato controverso e poco noto.

La stazione della Metro C di Roma “Amba Aradam” aprirà a breve e sarà una nuova moderna stazione museo, che fonde il passato con il futuro. I giornali ne hanno parlato entusiasticamente, eppure tra i resti della Roma antica esposti nella stazione e il futuro simboleggiato dalla metro C c’è un passato molto più recente, quello che diede il nome alla via dell’Amba Aradam e, di conseguenza, alla stazione della metropolitana.

Amba Aradam è il nome di un massiccio in Etiopia dove la resistenza anti-italiana stava mettendo in grave difficoltà l’esercito occupante. La battaglia dell’Amba Aradam si risolse grazie all’utilizzo di armi chimiche illegali: un massacro non solo di soldati ma anche di civili, donne e bambini. Nel 1936, e poi nel 1939, quando i gas vengono rilasciati nelle grotte in cui si nascondevano i partigiani. Nessun italiano ha pagato per quel massacro e quei crimini di guerra. Il governo fascista si impegnò a far dimenticare quegli eventi facendo diventare “Amba Aradam” uno scioglilingua che indica una situazione caotica, e nominando vie come quella romana. Oggi quanti, transitando per via dell’Amba Aradam, sanno che racconta la storia di un massacro coloniale? E perché la costruzione di una nuova e moderna stazione della metropolitana, invece di diventare occasione per discutere di quel massacro e di quel nome, ha finito solo per replicarlo acriticamente?

Statue di generali, gerarchi, assassini, schiavisti, figure di africani incatenati, mappe dell’Impero, monumenti celebrativi di guerre e soprusi, idealizzazioni mitiche di personaggi dalla vita quantomeno controversa…. Testimonianze materiali di un passato e di un presente violento, coloniale, fascista, schiavista, caratterizzano il paesaggio delle nostre città. Se aprite la finestra, forse ne vedrete una. Se prendete l’automobile, probabilmente molte di più, in pochi minuti. Ma non è detto che le riconosciate. E proprio qui sta il centro del problema. 

Perché se è ovvio che la storia materiale delle nostre città sia stata scritta da vincitori e potenti d’ogni epoca, e che in ogni epoca dominare implichi sopraffazioni di vario genere, non è affatto ovvio che quei monumenti, quei nomi, quei toponimi, continuino a occupare le nostre strade e le nostre piazze senza che nessuno, o quasi, passandoci vicino, s’interroghi su ciò che quelle effigi raccontano, sul perché siano lì. 

Gli eventi di questi giorni dimostrano che siamo di fronte a una sfida storica, non solo in Italia ma anche in Italia: fare in modo che tutti i monumenti che derivano dal nostro recente passato più o meno esecrabile, che ha plasmato le nostre città e il nostro Paese, non vengano cancellati, ma divengano fonte di memoria collettiva e non solo di amorfa celebrazione o arredo urbano. Che raccontino tutta la storia, o almeno una buona parte di essa. Come comunità e come professionisti del patrimonio culturale, siamo pronti ad affrontarla?

Un dibattito salutare

Quanto sia atrofizzato il dibattito pubblico italiano su “cosa fare” con il patrimonio materiale che racconta di vicende controverse o condannabili del nostro passato, lo si vede ogni volta che qualcuno pone il problema di come gestire in modo critico i monumenti fascisti. L’ultimo e per certi versi imbarazzante caso nel 2017, quando Ruth Ben-Ghiat, professoressa di Storia e Cultura Italiana a New York, pose la questione sul New Yorker, con argomentazioni forti e discutibili, ma certo fondate. Seguì una caotica levata di scudi della stampa italiana, quasi che la studiosa avesse proposto di demolire tutto: ovviamente non aveva proposto nulla del genere. 

Eppure, la situazione attuale della “memoria materiale” del Fascismo in Italia non è frutto di una mancanza di scelta, ma di una contingenza. Dopo la Resistenza, si procedette alla distruzione dei simboli del regime più clamorosi, come statue e busti, che erano moltissimi, ma a parte qualche esempio locale non si procedette oltre. Si scelse soprattutto di non erigere ambiziosi monumenti alla Resistenza che potessero fare da contraltare all’imponente architettura fascista. Era appena finita una guerra atroce, il Paese era in difficoltà economiche enormi, e certo era una scelta di buon senso. Sono passati settant’anni, il Paese ha vissuto un boom economico ed è molto più ricco di quanto non fosse nel 1946, ma siamo ancora fermi a quella scelta. A Torino le statue di epoca fascista scolpite da Eduardo Rubino – anche se poco note – continuano a servire la stessa propaganda. La scritta “DVX” campeggia sull’obelisco del Foro Italico durante ogni manifestazione sportiva, scritta che già negli anni ‘60 si invitava a “integrare” perché raccontasse anche i crimini del regime. Ma gli esempi potrebbero essere centinaia.

Il patrimonio materiale del regime fascista non è certo un caso isolato. Davanti alla stazione di Parma sorge un monumento a Vittorio Bottego, “esploratore” colonialista autore di saccheggi, stupri e massacri. Enrico Cialdini, generale piemontese che prese a carico la “guerra al brigantaggio”, noto per la sua efferatezza, è celebrato alla Camera di Commercio di Napoli – città in cui, secondo i suoi stessi scritti, ordinò decine di migliaia di fucilazioni – a Modena e in tanti altri monumenti in giro per il Paese, nonostante ci siano forti richieste per una ricontestualizzazione che permetta di conoscere il personaggio. A Torino tutti i più feroci generali responsabili di atroci massacri nell’Ottocento, come lo stesso Cialdini, ancora meritano delle vie a celebrare il loro nome, senza ulteriore contestualizzazione. Gli esempi potrebbero essere diversi e vari.

Emblematico in questo senso è il rapporto tra la figura di Gabriele D’Annunzio e la città Pescara che gli ha dato i natali. La ben nota attività poetica e il mito del personaggio costruito, più che di quello storico, hanno fatto sì che l’intera città si proponesse come effige urbana di D’Annunzio, il cui nome accompagna molte istituzioni e luoghi simbolo della città e il cui volto è riprodotto morbosamente su strade, parchi, edifici…Rimuovendo di fatto la sua attività politica a favore della sola attività letteraria.

Nel caso della memoria coloniale l’approccio è diverso, e maggiormente volto a una veloce rimozione, una sorta di amnesia collettiva verso la nostra “avventura” coloniale, violentissima e spietata ma di poco successo, e la successiva decolonizzazione mancata

Abbiamo restituito alla Libia la Venere di Cirene -soprannominata dai giornali “la statua della discordia”-, abbiamo rimosso e restituito la Stele di Axum, portata in Italia come bottino della Guerra d’Etiopia e piazzata davanti al Circo Massimo, ma in entrambi i casi senza alcun dibattito pubblico.

La vicenda seguita alla restituzione della stele peraltro dice molto: al suo posto ora c’è un monumento che ricorda le vittime dell’11 settembre, cancellando completamente la storia precedente che inizia nel 1937 con i saccheggi coloniali e termina nel 2008. Con ironia che solo chi conosce l’intera storia può cogliere, sul monumento campeggiano le parole di George Santayana: “Coloro che non sanno ricordare il passato, sono condannati a ripeterlo”.

Questa rimozione selettiva porta a risultati a volte grotteschi, come quello sopracitato. Monumenti ed effigi fasciste vengono utilizzate per campagne pubblicitarie o per conferenze stampa istituzionali senza che nessuno si ponga alcuna domanda sul messaggio propagandistico che veicolavano e tuttora veicolano. Solo di un anno fa è la notizia di un incidente diplomatico causato dall’iniziativa di un gruppo di piloti pescarese, che prevedeva l’atterraggio di un aereo Piper proveniente dall’aeroporto di Pescara a Rijeka (nome croato di Fiume), tentativo grottesco di celebrare l’anniversario della marcia dannunziana su Fiume.

Quelle domande che dobbiamo affrontare

Se il dibattito non può essere procrastinato oltre, la prima domanda che dobbiamo porci come società è: a cosa serve la memoria nelle strade? Come si può creare memoria collettiva negli spazi pubblici? La pianificazione urbanistica non è mai un’attività neutra: essa ha delle conseguenze materiali importanti sulle nostre vite, così come contribuisce a plasmare anche il “paesaggio mentale” dei cittadini. Questo è ancora più vero nel caso di monumenti celebrativi di persone e fatti: essi veicolano sempre dei messaggi, anche se sono stati eretti nel passato, in contesti storici che ci possono apparire lontani. Ciò succede anche perché, in moltissimi casi, la celebrazioni di vicende terribili e personaggi problematici era esattamente l’obiettivo di quel monumento, che puntava a costruire una memoria selettiva e non a incentivare una riflessione. Lasciare questi monumenti in loco senza puntare a disattivare quel messaggio e farne testimonianza di memoria critica significa lasciare che i messaggi che essi veicolano continuino ad essere attivi e validi. 

In Italia l’approccio storicista al Patrimonio culturale spinge a conservare, a non toccare. Abbiamo una tradizione accademica che ci ha insegnato a preservare, e questo non può che essere un valore. Ma raramente può essere sufficiente, soprattutto quando si tratta di messaggi che hanno un effetto sul dibattito pubblico attuale, di figure e storie che continuano ad essere menzionate come esempio sulla base di errori o facilonerie storiche, se non di strumentalizzazioni.

Se questo nostro approccio storicistico dovesse arrivare ad affermare che ogni testimonianza materiale “di pregio” o “di rilievo” va preservata così com’è solo in quanto qualcuno nel passato più o meno recente la eresse, senza chiedersi quale fosse il contesto che ha permesso a quell’effige di esistere, e a che condizioni fu eretta, allora si rischia pericolosamente di scivolare in approcci puramente ideologici. Non tutti i monumenti sono in piedi per lo stesso motivo, e non tutti raccontano lo spirito del tempo: certo, ci sono monumenti o effigi che celebrano cose oggi per noi inaccettabili che furono prodotti ed eretti tra l’entusiasmo generale della popolazione; ma il grosso del patrimonio materiale controverso esiste perché, in un certo momento storico, un potere fu abbastanza forte da imporre quei monumenti alla popolazione, popolazione che poteva anche ritenere inutile o contestare quel monumento. Nessuno spirito del tempo, ma una storia di potere e celebrazione dello stesso, o di delicati equilibri e prevaricazioni. La statua di Indro Montanelli a Milano, ad esempio, è contestatissima dal giorno stesso in cui è stata eretta, perché nel tempo in cui Montanelli visse era già inaccettabile, illegale e moralmente ripugnante per la cultura italiana comprare una bambina di 12 anni come concubina. Così come la statua di Gabriele D’Annunzio a Trieste, mai piaciuta alla città. Ci sono statue e monumenti che sono stati imposti alla popolazione con la violenza, basti pensare ai monumenti di età fascista a Bolzano.

Quei monumenti vivono del contesto, che a volte li rigetta, il più delle volte li converte e li reinterpreta. La statua di Carlo Felice di Savoia nel centro di Cagliari, costruita nel 1860 per idealizzare il governo sabaudo nell’isola (la statua indica la strada che Carlo Felice fece costruire qualche decennio prima) fu sempre mal digerita dalla città in quanto simbolo di un governo mai amato, ma divenne anche simbolo cittadino con lo scudetto del Cagliari del 1970, finendo per avere oggi un valore controverso e multiplo.

Il monumento a Ferdinando I a Livorno è ormai da secoli noto per le raffigurazioni dei Quattro Mori incatenati, che hanno finito per essere più celebri, nell’immaginario collettivo, del granduca che il monumento avrebbe dovuto celebrare, e divenendo testimonianza materiale della schiavitù anche in Italia: per questo forse è giunto il momento di raccontare anche le storie di quei prigionieri.

La soluzione dunque non esiste, va studiata e cercata caso per caso. Ma certo è sbagliato escludere ideologicamente e a prescindere qualsiasi tipo di modifica, ricontestualizzazione o rifunzionalizzazione che possano, se ben fatte e pensate, contribuire ad aumentare il valore di memoria storica di quel monumento. In alcuni casi, modifiche o aggiunte sui monumenti stessi possono bastare a disattivare i loro originari messaggi; altre volte il messaggio è già disattivato, e una placca o una spiegazione in più permette di contestualizzare e conoscere. In altri, in quelli più complessi, può farsi necessaria la ricollocazione dell’effige, ad esempio in un museo: ma sono casi davvero limite, perché la memoria si può e si deve costruire nello spazio pubblico prima che nei musei. 

Certo è che non si può pensare di farne a meno. La revisione dei monumenti celebrativi del potere nei momenti di grandi cambiamenti storici è una costante: in caso contrario avremmo le nostre città zeppe di statue di Mussolini o di abnormi imperatori romani in nudità eroica. Una costante che è irreale pensare di cancellare: può essere frenata a forza, ma come dimostrano i fatti di Bristol la revisione finirà per avvenire senza bisogno del parere delle istituzioni.

Percorsi inediti

La narrazione romantica di un certo tipo di storia, soprattutto bellica, ha distolto l’attenzione dalla drammaticità e dalle contraddizioni di quei fatti, dalle criticità di molte icone, facendole assurgere a modelli di intraprendenza, virilità e coraggio: il fascino dell’immaginario eroico, forte, dinamico e “ardito” è problema antico, propagandato nel secolo scorso, e mai realmente affrontato. Verità storiche come la violenza coloniale italiana, o le violenze perpetrate dall’esercito piemontese e poi italiano nel Mezzogiorno, faticano a essere trattate come tali nel dibattito pubblico mainstream, pronto a scagliarsi contro chiunque faccia notare la polvere che questo Paese si ostina a tenere sotto il tappeto. É fondamentale, in questa fase, ricordare che la storia è un prodotto dell’uomo, che in quanto attore sociale attivo è in grado di plasmare non solo il proprio passato, ma anche il proprio presente e futuro.

Serve il coraggio di creare, di esplorare nuove vie. Gli esempi positivi non mancano, anche in Italia: prendiamo il Monumento alla Vittoria di Bolzano, voluto dal regime fascista per celebrare la vittoria dell’Italia sull’Impero Austro-ungarico al termine della Prima Guerra Mondiale, proprio al seguito della quale l’Alto Adige è stato italianizzato. Dopo un dibattito asprissimo, durato decenni e complicato dall’intreccio con la questione identitaria sudtirolese, sotto il monumento è stato realizzato un percorso espositivo, BZ ’18-’45, che nel 2016 ha ottenuto un riconoscimento speciale dall’European Museum Forum.

Il Museo Coloniale voluto da Mussolini e chiuso nel 1971 riaprirà a brevissimo, con un nome disturbante e un’esperienza tutta da scoprire: il Museo Italo-Africano “Ilaria Alpi”. Apre all’interno di un più ampio e decisamente poco “disturbante” Museo delle Civiltà, che nasce peraltro unendo quattro musei per ottimizzare i costi di affitto e dunque con un direttore unico per cinque diversissime sezioni. Il museo Italo Africano sarà realmente il luogo giusto per raccontare con efficacia e a molti quella storia coloniale? Avrà risorse umane e materiali adeguate? Senza dubbio è un fondamentale inizio.

In conclusione, mettere in discussione i simboli di ogni potere passato, lungi dall’essere un’opera di “iconoclastia”, come sta disperatamente cercando di farci credere parte della stampa nazionale, non significa mettersi contro la storia, ma al contrario conoscerla e rielaborarla collettivamente, condannando realmente i crimini commessi dalle classi dirigenti, senza limitarci a ciò che abbiamo appreso nei testi scolastici. E riconoscere che quei crimini ci hanno permesso di essere ciò che siamo oggi. 

Preservare la memoria storica è diverso da lasciare ogni testimonianza materiale esattamente nello stesso luogo, nella stessa forma, senza tentare di spiegarla e ricontestualizzarla. Certo che è un percorso pieno di rischi, certo che vanno evitate derive, ed è per questo che è vitale il ruolo di chi conosce il Patrimonio culturale e la storia. Ma è un percorso da intraprendere. 

Se non ci abituiamo a chiederci, di fronte a ogni testimonianza materiale del passato che occupa il nostro spazio pubblico, non solo cos’è, a quando è datata, ma anche perché si trova lì, quale fosse il contesto in cui è stata creata, a quali condizioni, e se sia giusto o meno che rimanga lì, uguale a sé stessa, proprio in quella forma, noi professionisti dei beni culturali rischiamo, volenti o nolenti, di diventare dei vassalli di ogni potere, presente o passato, in eterno. 


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