La proposta di Salvatore Settis sull’apertura gratuita dei musei ha sollevato dure reazioni contrarie. Ma l’ipotesi appare capace di rispondere a diversi problemi.

Sta facendo rumore la lettera aperta firmata da Salvatore Settis, pubblicata ieri sul Corriere della Sera, e indirizzata al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Lettera in cui si invita ad “aprire tutti i musei con ingresso gratuito per tutti per alcuni mesi, contingentando severamente le visite. […] Garantire le misure di sicurezza assumendo personale di sala. Coprire i costi con il Recovery fund”.

La breve lettera, più che una proposta pratica, è una riflessione sulla “scala di importanza” che le chiusure hanno messo in atto, e sulla necessità di riflettere sul ruolo che la cultura può e deve rivestire nell’attraversamento della crisi che stiamo vivendo. Come prevedibile le reazioni non sono mancate, e le critiche si concentrano su due piani. Il primo è quello sanitario, di cui di fatto Settis non parla (se non sottolineando la necessità di accedere contingentati e in assoluta sicurezza). Vogliamo sottolineare però che certo la proposta non era pensata per l’ora, per l’immediato, ma per i mesi che verranno, nei quali, spesso, la situazione sanitaria sarà da attenzionare ma, se si produrranno le azioni dovute evitando gli errori di quest’estate, non sarà in emergenza. E in ogni caso non possiamo credere che i contagi siano più numerosi in un parco archeologico all’aperto che in un bar o un supermercato chiuso.

Ma detto ciò, lasciando le questioni sanitarie a chi di ciò si occupa, vogliamo concentrarci sull’altra serie di critiche, quelle che additano come “folle” o “sbagliata” o “inopportuna” l’idea di rendere accessibili i musei gratuitamente, in questa fase specifica e in genere. Cos’ha di così folle?

Partiamo dal primo genere di critica, sulla falsariga di “la manutenzione ha un costo, i lavoratori hanno un costo, quindi non si può entrare gratis”. L’idea del museo pubblico gratuito si basa sul fatto che un servizio pubblico debba essere pagato con le tasse dei cittadini: così accade, ad esempio, con la scuola pubblica, con gli ospedali, coi ministeri. La “manutenzione” o gli stipendi dei dipendenti non sono pagati da un biglietto. Come abbiamo già sottolineato in altre sedi, i musei sono tra i pochi servizi pubblici essenziali, con i teatri, a richiedere un biglietto. Questo ha a che fare con un’idea, con una visione del loro ruolo, ma non con gli stipendi dei dipendenti né coi costi di manutenzione. Ma concentriamoci ora sul costo del lavoro. Perché è qui che la fase che stiamo vivendo rende decisamente poco “folle” la proposta di una gratuità temporanea per tutte e tutti.

Sì, perché se nel periodo prepandemico, con il turismo in crescita, era vero che una quota, pur non elevata, del sostentamento dei musei e dei concessionari potevano venire dalla bigliettazione e dai servizi, ora, in questa fase, non è più così. Nei mesi post-lockdown i musei hanno visto un calo di visitatori generalizzato, del 60-80%, 100% durante le chiusure. E se nei (pochi) musei in cui tutti i dipendenti sono pubblici e pagati dallo Stato questo non ha avuto grosso impatto sull’utenza, in quelli in cui i servizi sono esternalizzati il calo di visitatori (e di biglietti staccati) ha avuto conseguenze sul reddito di chi per il concessionario lavora (o lavorava, se ha perso il lavoro), e sui servizi offerti al pubblico. Questi infatti hanno visto una drastica riduzione sia in quantità (ore di apertura, sospensione di determinati servizi) sia in qualità (blocco delle collaborazioni e servizi gestiti da personale interno meno qualificato, o da volontari). In questa fase il punto non è “svincolare i bilanci dei musei dai biglietti” perché è già così, e da marzo anche quei pochi musei che potevano contare su entrate sostanziose dalla bigliettazione non le hanno più. Ciò che è successo in questi mesi, in cui il biglietto non si è eliminato e i fondi pubblici si sono concentrati nell’appianare le perdite dei concessionari invece di puntare a garantire un servizio, è che i lavoratori fossero messi in cassa integrazione (ancora una volta, pagata dallo Stato), o lasciati a casa, appunto perché il concessionario doveva fare affidamento alla bigliettazione che…non c’era o era ampiamente insufficiente. Ciò che ora, in questo sistema, è vincolato al numero di visitatori non è il funzionamento dei musei ma  il reddito dei lavoratori esternalizzati: ed ecco che la proposta di una gratuità temporanea generalizzata non è più così folle, anzi. Garantendo ai concessionari e ai musei la copertura delle spese e gli stipendi dei lavoratori si garantirebbe allo stesso modo la continuità di un servizio, svincolandolo dalle entrate in un momento di crisi profonda: e si badi, un sostegno economico generalizzato è l’unico modo per evitare che tutti i concessionari e gestori di beni culturali falliscano nei prossimi due anni. Questo vale in qualche modo anche per i musei privati, seppur risulti più complesso in quel caso imporre in cambio dell’aiuto statale la gratuità. Ma certo nel caso di musei pubblici qualcosa si dovrà pur fare, perché le entrate sono ormai più che insufficienti a garantire il sistema e chi ci lavora, e lo saranno a lungo.

Ed ecco l’utilità materiale, in questa fase, dell’eliminazione del biglietto, garantendo allo stesso tempo servizi e lavoratori. C’è poi, chiaramente, un’utilità anche immateriale, quella di cui parla Salvatore Settis, ma di cui hanno parlato anche altri, tra i quali Mariasole Garracci. I musei svuotati dai turisti offrono la possibilità, per la cittadinanza, di riappropriarsi di luoghi visti a lungo come inaccessibili, di programmare attività con gruppi ristretti o all’aperto, insomma di fare in modo che per i cittadini che devono tenersi a distanza dai propri affetti non esista solo il chiudersi in casa, al bar o al centro commerciale: perché, lo ribadiamo ancora una volta, per molti chiudersi in casa è un dramma. E questa frequentazione, che può iniziare nei mesi invernali, può poi continuare quando si tornerà a una vita più normale, dove quindi incontrare altre persone non sarà un problema.

C’è poi un terzo, rilevante punto, con il quale si entra nel campo delle visioni, delle idee. Per molte e molti far pagare un museo (ma anche uno spettacolo teatrale, un qualsiasi servizio culturale) è imprescindibile perché consente di “dargli valore”. E su questo, come ovvio, possono esserci opinioni diverse. Questa visione presuppone che le cose gratuite (in Italia ad esempio la scuola, la sanità, le biblioteche) siano percepite come meno “di valore” di quelle che hanno un costo, dai cinema, ai luna park, alle escape rooms: e a noi non sembra che sia realmente così. Ma c’è un punto che vogliamo mettere in chiaro. In un momento di crisi come questo, servono idee nuove, serve rimettere in discussione ciò che ci hanno insegnato, per evitare di rimanere travolti. Nell’immaginario collettivo, cos’è che si paga? Si pagano i prodotti, i beni di consumo e i servizi a uso privato (come le assicurazioni). Siamo certi che far pagare i musei, un servizio pubblico, aiuti il pubblico stesso a comprenderne il valore? Siamo certi che equipararli a un bene di consumo, che va acquistato privatamente, nonostante siano servizi per cui paghiamo le tasse, sia la scelta migliore per garantire un futuro a questo settore, a prescindere dalla contingenza?


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