M9 Mestre speculazione tracollo

Il Museo M9 di Mestre è in tracollo finanziario dopo solo 18 mesi dall’apertura, nonostante abbia ricevuto grande visibilità sui giornali. Come è accaduto?

“Si possono realizzare musei con dotazioni modeste o nulle di reperti, talvolta neppure originali, lavorando su patrimoni immateriali, editando supporti audiovisivi, creando installazioni sonore e olfattive, rielaborando le informazioni raccolte da fonti disparate, accomunate dall’assenza di fisicità?” si chiedeva nel 2010 la Fondazione di Venezia, che da poco aveva bandito un concorso internazionale per costruire il museo M9, il museo del Novecento di Mestre, la terraferma veneziana. Dieci anni e 110 milioni di euro spesi dopo, forse la risposta è arrivata.

“Lunghe code ancora a pomeriggio inoltrato da parte dei visitatori, che non hanno voluto perdersi l’apertura del complesso inaugurato sabato dalla presidente del Senato Casellati e dal ministro dei Beni culturali Bonisoli”. Il 2 dicembre 2018 apriva a Mestre M9. 501 visitatori nel primo giorno di apertura: tutti i giornali ne parlavano con toni entusiastici

Il 9 maggio scorso, solo 18 mesi più tardi, tutti i giornali invece parlavano del fatto che la Casa dei Tre Oci, gioiello dell’architettura veneziana del ‘900 oggi sede di eventi culturali, potrebbe essere venduto o ceduto per salvare i conti proprio del Museo M9, al tracollo finanziario. No, non a causa del coronavirus, che certo ha accelerato un processo già in essere, ma a causa del fatto che i visitatori nel primo anno di attività sono stati meno di un terzo di quelli previsti. Ma cos’è M9, e perché per salvarlo si parla di vendere altri edifici storici?

ll progetto e l’area commerciale, dal 2005 a oggi

M9 è un Museo senza collezioni proprie (qualcosa è in prestito da altre istituzioni), totalmente multimediale: ma è molto di più. M9 è anche M9 district, un distretto commerciale nel centro di Mestre, a pochi passi dalla stazione, di cui il Museo è solo una parte; M9 District è anche il nome della società che lo gestisce, interamente partecipata e strumentale alla Fondazione di Venezia. M9 è di proprietà della Fondazione di Venezia, ed è amministrato dalla Fondazione M9, nel cui consiglio di Amministrazione siedono i rappresentanti di M9 District srl e Fondazione di Venezia. È piuttosto complicato, ma non possiamo comprendere la crisi del Museo M9 se non comprendiamo prima perché quel museo esista e a chi appartenga.

Quel museo esiste per far digerire alla cittadinanza e al Comune una speculazione nel pieno centro di Mestre. L’investimento corposo che la Fondazione, attraverso la società Polymnia (che oggi è M9 District) ha portato avanti in questi anni, circa 110 milioni di euro, prevedeva l’acquisizione di un terreno per farne bar, ristoranti, negozi, hotel. Ma un piano simile difficilmente sarebbe stato accettato, dato che i terreni erano pubblici, seppur in abbandono, ed ecco quindi che il Museo di Mestre, idea di cui si parlava da tempo, diventa M9, un museo privato. L’idea prende corpo nel 2005, nel 2007 la società acquisisce il lotto più importante, e poi si acquistano sempre più terreni fino ad ottenere tutta l’area, circa 9000 metri quadri. Anche se negli anni dal 2007 all’apertura l’area viene costantemente descritta come “nuovo polo culturale”, l’intera operazione è guidata da persone e interessi che poco hanno a che fare con il mondo della cultura: gli spazi culturali coprono oggi solo il 30% dell’area, a riprova di come la trazione del progetto sia sempre stata commerciale. Questo senza nulla togliere ai comitati scientifici e alle professionalità che, pur con buoni intenti, negli anni hanno collaborato alla realizzazione del Museo. E in effetti il direttore del Museo viene nominato a luglio 2018, pochi mesi prima dell’apertura e a museo allestito. 

Il Museo dall’apertura al tracollo

In questo quadro sarebbe molto riduttivo concentrarsi sugli errori fatti o su ciò che si dovrebbe fare: è l’intera impostazione del progetto M9 che è stata guidata fin dalle fondamenta da uomini e donne che non avevano idea di cosa fosse un museo. Certo, si può sottolineare che il museo del Novecento di Mestre non tratti di Mestre e del territorio, e che ciò sia un problema, che 14 euro per un museo senza collezione possano essere troppi, che operazioni come ospitare una semifinale di Miss Italia non abbiano senso per promuovere un museo, e via discorrendo. Ma è più importante parlare della formula, che si è creduta vincente e non lo è: quella di piazzare in un centro cittadino un complesso museale, costruito da uno studio di architettura rigorosamente internazionale, risparmiando sia sul management del Museo sia sul personale, credendo che un cocktail di pubblicità sui giornali e proiezioni digitali potesse fare il resto.

La domanda è: M9 è un Museo al risparmio? Potrebbe suonare riduttivo, eppure la volontà di risparmiare su tutto ciò che non è architettura e non è comunicazione “d’alto livello” appare evidente. Non avere una collezione permette di risparmiare parecchio, questo è chiaro.  Ma anche esternalizzare i servizi di biglietteria, accoglienza, guardiania, prenotazione visite, subappaltando lo svolgimento di attività didattiche a terzi, permette di risparmiare moltissimo: con il risultato di offerte contrattuali pessime e riduzione del personale immediata nel caso di numeri che non rispettano le previsioni. 

Ci si chiede come mai M9, che si proponeva in quanto progetto di riqualificazione urbana, di avere come primi destinatari gli abitanti di Mestre e le scuole del territorio, abbia pensato solo con mesi di ritardo a proporre attività ad hoc per gruppi classe o a pianificare formule di abbonamento per i suoi cittadini (per un museo che necessita di ore perché si possa fruire di tutti i contenuti). O ancora perché le mostre temporanee si siano rivelate di pessimo livello. Ci si chiede perché i servizi educativi per i bambini siano affidati a uno spazio, M-Children, afferente all’srl che gestisce il distretto e indipendente e separato dalla Fondazione M9 che gestisce il Museo. Il caos organizzativo e gestionale è drammatico, e tutto sulla pelle dei lavoratori.

Una brutta storia da lasciare alle spalle

Non stupisce che un Museo che ha avuto una gestazione simile e un management simile, macchinoso e strutturato per matrioske, non abbia funzionato. La priorità ora è riconoscere che formule simili siano pericolosissime. Potrà sembrare incredibile, ma creare e gestire un museo è una faccenda terribilmente seria. I musei sono o dovrebbero essere spazi di crescita culturale e sociale, luoghi di redistribuzione della ricchezza, seppur per la massima parte trasformata in servizi culturali: non possono essere inaugurati senza una programmazione delle attività educative e didattiche. Un Museo che si autosostiene è difficilissimo da ottenere, e pensare che alti prezzi dei biglietti, risparmio sulle collezioni e risparmio sui lavoratori possano funzionare, porta solo ad abnormi buchi di bilancio, che rischiano di costare caro ai cittadini, gli stessi che hanno subito la speculazione commercial-culturale nel pieno centro di Mestre.

Il fallimento è un fatto. Ora è necessario uscirne. M9 District ha ventilato l’idea di vendere i suoi pezzi migliori, gioielli dell’architettura veneziana, per poi immediatamente ritrattare: ma chiedere una stima patrimoniale dei propri immobili in una fase di noto dissesto finanziario appare, con evidenza, una mossa utile a ottenere aiuti pubblici. Sta al Comune fare in modo che quegli aiuti arrivino solo a patto che l’area del Museo di Mestre torni ad essere almeno in parte pubblica, per dare finalmente un senso all’esistenza di quel Museo, finora ancella d’un distretto commerciale. Una gestione diversa, con altri e diversi obiettivi, con altri dirigenti e proprietari, che ricolleghi il Museo alle esigenze del territorio mettendolo al servizio, finalmente, della cittadinanza, non solo si può ottenere: è la base, il pilastro fondamentale per potersi mettere questa brutta storia alle spalle.


1 Comment

Antonio Giancaterino · 15 Maggio 2020 at 22:10

Se poteva fare un museo darte moderna contemporanea collegandolo al muse Ca’ Pesaro, e alla fondazione Bevilacqua la Masa. Questi hanno magazzini piene di opere mai esposte. Sicuramente sarebbe stato di maggior successo.

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