Si parla e si investe moltissimo nella digitalizzazione del Patrimonio culturale, ma manca una progettazione e grande è il rischio di sprechi.

Da diversi anni ormai quasi ogni settimana arriva una dichiarazione di ministri, segretari, sottosegretari del Ministero dei Beni Culturali riguardo il fondamentale ruolo della “digitalizzazione”.  Negli ultimi dieci anni il Ministero ha investito ingenti somme in progetti di digitalizzazione, nel tentativo di far decollare il settore: possiamo menzionare ad esempio gli oltre 45 milioni spesi tra 2007 e 2014 per Italia.it, poi nel 2019 era previsto di stanziare 70 milioni per progetti di “digitalizzazione”, fino ad arrivare ai 10 milioni stanziati quest’estate, in piena crisi, per una ipotetica “Netflix della Cultura”. E non a caso la “digitalizzazione” occupa anche lo spazio più importante tra i progetti proposti dal MiBACT per il Recovery Fund, con 2,5 miliardi di euro di spesa prevista. Eppure sia tra chi parla, sia tra chi ascolta, sembra vigere una certa confusione a riguardo. Proviamo a fare il punto.

Si parla già da diverso tempo di “rivoluzione digitale”, ossia di adeguamento degli standard di studio, conservazione, valorizzazione e comunicazione alle più moderne tecnologie digitali.  Lo scopo è quello di massimizzare i risultati e contemporaneamente ottimizzare i processi, con uno scambio di dati più veloce ed efficace. Questa rivoluzione porterebbe degli enormi vantaggi nel settore culturale poiché permetterebbe ad esempio di:

  • consultare il materiale di archivi, biblioteche, mappe del rischio archeologico, cineteche e banche dati in genere, integralmente da remoto; 
  • conservare immagini digitali e ricostruzioni virtuali del patrimonio a rischio degrado o distruzione per preservarlo e studiarlo anche in futuro;
  • mettere in rete beni, collezioni e luoghi della cultura per sviluppare nuovi percorsi e itinerari e soddisfare così un ventaglio eterogeneo di bisogni inerenti il turismo culturale;
  • rendere il fruitore parte attiva, creatore esso stesso di contenuti;
  • visitare in anteprima Musei e aree archeologiche anche da casa, mediante restituzioni che assicurino all’utente esperienze virtuali comparabili, per quantità e qualità delle informazioni acquisite, con quelle realmente vissute;


Tutto questo in virtù di una serie di vantaggi per la metodologia tradizionale di settore, che andrebbero peraltro a crescere progressivamente con la crescita del livello di informatizzazione e di alfabetizzazione digitale. Una rivoluzione, sì, che porterebbe benefici a tutti, ma allora perché sembra di essere ancora fermi al punto di partenza?

Analizziamo i fatti.  La Direzione Generale per le Reti di comunicazione, i contenuti e le tecnologie della Commissione europea ha condotto un’ampia politica, fatta di azioni di finanziamento per integrare la politica culturale degli Stati membri nei settori della digitalizzazione, dell’accessibilità online al materiale culturale e della conservazione digitale. 

Un esempio è la nascita nel 2008 di Europeana, la biblioteca europea on-line, promossa dalla Commissione Europea e dai Ministeri della Cultura di 21 stati membri. Per portare avanti questa politica ha spinto le parti interessate a migliorare le condizioni di cornice in materia di digitalizzazione, attraverso la raccomandazione della Commissione sulla digitalizzazione e l’accessibilità online del materiale culturale e la conservazione digitale del 27 ottobre 2011.

Il caso italiano

In Italia cosa è stato fatto per adeguare il settore alle direttive della Commissione europea?

Nel nostro Paese, con una certa latenza di alcuni anni, sono stati presi dei provvedimenti Ministeriali atti a rendere programmatiche queste direttive.  Ma nel frattempo, in nome di questa “rivoluzione”, già decine di milioni di euro erano stati spesi, basti pensare al già menzionato portale “Italia.it”, costato circa 60 milioni di euro tra 2007 e 2014, e il cui utilizzo e beneficio è stato pressoché nullo.

Solo nel 2017 IL MIBACT ha pubblicato il DM del 23 gennaio 2017 con cui ha affidato all’istituto centrale per il catalogo e la documentazione (ICCD) il coordinamento e la promozione dei programmi di digitalizzazione del Ministero per i beni e le attività culturali, attraverso il Piano nazionale di digitalizzazione del patrimonio culturale. Il Piano nazionale di digitalizzazione, come si legge sul sitocostituisce la cornice di riferimento per le politiche e le strategie di digitalizzazione che i diversi Istituti del MiBAC attueranno nell’ambito delle proprie attività. L’obiettivo è di rendere le azioni sinergiche e di massimizzare i risultati per rispondere alle esigenze di ogni interlocutore e accrescere così l’efficacia delle politiche di valorizzazione del patrimonio culturale sul web.” Nel 2019 la Direzione Generale Musei ha pubblicato il Piano Triennale per la Digitalizzazione e l’Innovazione dei Musei, sollecitato ancora una volta dalla comunità europea. Lo scopo questa volta era quello di fornire un quadro di riferimento nell’adozione di soluzioni digitali, in ambito museale al fine di migliorare soprattutto i servizi offerti al pubblico.

Tuttavia ad oggi questi provvedimenti non sono serviti ad attuare un cambiamento, bensì hanno fornito delle linee guida piuttosto teoriche, e per ora molto lontane dalla realtà di musei, archivi e biblioteche italiani. Gli strumenti informatici su cui può contare il personale del Ministero continuano a essere a dir poco obsoleti.

Se si vuole attuare una politica di digitalizzazione per un Istituto culturale è necessario preventivamente studiare la collezione e pianificare la campagna da intraprendere sulla base delle caratteristiche specifiche del caso, in ottemperanza alle direttive internazionali. Solo in questo modo è possibile creare un archivio digitale commisurato alle esigenze reali della collezione, evitando sprechi di risorse economiche e di tempo: per esempio non ha senso parlare di digitalizzazione per raccolte non ancora inventariate o catalogate. Tuttavia può avere molto senso parlare di innovazione anche nelle modalità di catalogazione, che coniughi la digitalizzazione alla raccolta ad esempio di metadati: ma come può avvenire un cambiamento simile se un museo non possiede in sé le competenze e le risorse umane per compiere questo passo in avanti?  Il problema, a ben vedere, è strutturale: il personale assunto regolarmente nei musei e nelle biblioteche è fortemente sotto organico, e non può da solo far fronte ad un’ondata di cambiamenti così importante. Inoltre servono competenze specifiche per far sì che gli investimenti non si disperdano nel giro di poco tempo, vanificando ogni tentativo di allineamento agli standard europei di settore.

La questione oggi

Questi temi sono tornati ad essere centrali nel dibattito pubblico riguardo le scelte del Ministero proprio nelle ultime settimane. Ed è per questo che ne parliamo. Infatti, a seguito dell’ondata pandemica e della conseguente ventilata possibilità di ricevere fondi europei nell’ambito del cosiddetto Recovery Fund, il Ministro è tornato a parlare spesso di digitalizzazione, definendolo come uno degli strumenti in cui investire per risollevare il settore dalla crisi. Ma in che modo? Ancora una volta parlando per slogan confusi, arrivando a menzionare una “digitalizzazione dei borghi” per creare hub per aziende internazionali, o di modello Netflix per i contenuti culturali e di operazioni da portare avanti con i “giganti” del web in riferimento alle “digital library”, nonostante i dati abbiano confermato che l’approccio dei MiBACT ai contenuti online nei mesi dell’emergenza sia stato superficiale e poco interessante per il pubblico.  Per questo stupisce e preoccupa che, seguendo una parola d’ordine più che un piano, il MiBACT stia supponendo di spendere 2,5 miliardi di euro per la digitalizzazione del Patrimonio culturale: chi dovrebbe occuparsene? E nel concreto cosa dovrebbe portare una spesa tanto ingente? Certamente sarebbe ben poco lungimirante esternalizzare in blocco un ambito operativo così fondante e centrale per un istituto, come si è fatto finora.

In sintesi, dall’Europa arriva la spinta, l’Italia risponde con provvedimenti che restano sulla carta e costosi provvedimenti spot, poi arrivano i fondi del Recovery Fund e l’investimento maggiore è nell’esternalizzazione di tutti quei servizi che dovevano rappresentare una rivoluzione interna al settore. E la rivoluzione, chiaramente, non arriva. Gli ingenti investimenti nel settore della cultura che ci aspettiamo, anche in un’ottica di rivoluzione digitale, devono avere carattere strutturale, portando a internalizzare i processi di creazione di contenuti digitali per il web, di acquisizione di immagini digitali per la catalogazione e lo studio, di creazione di database open access, di raccolta e analisi di big data (solo per nominare i servizi base), e dunque solo in un secondo momento alla creazione eventuale di nuovi istituti come la “digital library” o di nuovi portali web.

Il rischio concreto è invece quello di effettuare nuovamente un salto nel vuoto, un investimento a perdere, se prima di spendere il Ministero non metterà in campo una politica di assunzione che punti anche sulle nuove competenze legate al mondo del digitale.

Esternalizzare per dare un’idea di novità  sarebbe l’ennesimo fallimento di un sistema ormai fortemente debilitato. Auspichiamo che il Ministero si faccia carico della necessità di allinearsi agli standard europei legati al mondo della conservazione e della valorizzazione del patrimonio, ma con una programmazione ragionata, che eviti lo sperpero di denaro pubblico, che tenga conto della complessità del nostro paese, così come delle esigenze dei suoi professionisti e degli istituti culturali. Non possiamo permetterci altri sprechi.


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