Una delibera della Corte dei Conti analizza l’utilizzo del Fondo per il Patrimonio culturale, sottolineando le mancanze del MiBACT

Spesso ci concentriamo su come il Ministero dei Beni Culturali spenda i fondi pubblici, sottolineando evidenti contraddizioni. Un tema che arriva raramente all’attenzione dei giornali nazionali. Una delibera della Corte dei Conti datata 11 dicembre 2020 non fa che confermare, con forza, tutte le perplessità di tecnici, lavoratori e attivisti. 

La delibera analizza il Fondo per il Patrimonio Culturale, istituito nel 2016 con dotazione di 100 milioni di euro l’anno (poi divenuti più di 150 per il 2019 e il 2020) con obiettivi ambiziosi: “l’uscita dalla logica dell’emergenzialità degli interventi e del loro carattere esclusivamente manutentivo; una procedura ascendente (dal territorio al centro), complessa, rigorosa e diversa dalla programmazione ordinaria; un monitoraggio sull’attuazione del programma da parte degli uffici centrali del Ministero sulla base dei cronoprogrammi utili anche per l’eventuale riprogrammazione”.

Per la Corte dei Conti, però, 4 anni dopo ben poco di tutto questo è avvenuto. Citiamo dalle conclusioni della delibera. “Lo strumento del fondo si presenta ancora orientato nell’ottica di interventi di natura emergenziale […]. Inoltre, si rilevano ritardi nello stanziamento di adeguate risorse”. E poi ancora, riguardo le procedure di coordinamento centro-periferie, non funzionano perché “occorrono risorse finanziarie certe e orientate all’interno di un quadro strategico complessivo nonché implementare le competenze tecnico scientifiche del personale amministrativo” e tutto ciò evidenzia “la grossa carenza di organico presente presso il Mibact”. Per quanto riguarda il monitoraggio delle spese invece, si nota che nei decreti ministeriali contenenti la lista degli interventi “risulta mancante l’informazione sui tempi di realizzazione degli stessi (il c.d. cronoprogramma), come peraltro ribadito dalle stesse Commissioni parlamentari”. Non solo, “il programma originario è stato più volte rimodulato e, fatta eccezione per le finalità Sicurezza e Art bonus, non si ha contezza della motivazione che ha portato a rivedere, in termini di integrazione e/o aggiornamento e/o assunzione di nuovi interventi, la programmazione, oppure della causa del definanziamento […]. Inoltre, le stesse rimodulazioni sembrerebbero aver avuto un iter semplificato”: insomma, la Corte nota che non è chiaro perché ad un certo punto si sia deciso di spendere di più o di meno per determinati interventi.

Si tratta di un rapporto duro, che però la Corte non imputa a problemi legati all’attuale dirigenza ministeriale ma piuttosto “a scarse risorse finanziarie, esigue a fronte dell’entità del patrimonio culturale presente nel nostro Paese”. La Corte nota tante cose, non riassumibili qui, come il fatto che “per il triennio 2016-2018 e il biennio 2019-2020, non risulta agli atti il parere del Consiglio superiore sulla programmazione. Anche le rimodulazioni non sono state poste al vaglio e alla verifica né dell’organismo né del Comitato Interministeriale per la programmazione economica”, e suggerisce alcune soluzioni, ad esempio raccomandando “una rapida definizione dei lavori di dialogo e coordinamento intrapresi con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, al fine di presentare rapporti il più possibile completi e, dunque, utili per la valutazione dei risultati e per la pianificazione di nuovi interventi”.

Certo è che impressiona, di fronte a un giudizio tanto duro, che il nostro Ministero dei Beni Culturali stia stanziando altri fondi a pacchi di decine di milioni: 19 per la Netflix della Cultura, 50 per un nuovo Fondo per la Cultura (perché un altro fondo, se quello che già esiste funziona male?), e via discorrendo. La Corte dei Conti conclude la sua delibera con un suggerimento forte: “la Sezione ritiene di segnalare come imprescindibile – e sotto questo aspetto formulare un monito all’Amministrazione – il percorso di condivisione sul territorio con le autonomie locali, e a livello centrale, di tener conto della rilevazione dei fabbisogni non astraendola, però, da una visione strategica nazionale che sappia riconsegnare al Paese e alla collettività un patrimonio culturale risanato anche attraverso una minore frammentazione delle risorse finanziarie dedicate e un efficace pianificazione e monitoraggio degli interventi necessari”. Noi da mesi, da aprile, abbiamo scritto che questo percorso di completa condivisione strategica deve partire, e può farlo con un nuovo modello di gestione del Patrimonio culturale, che abbiamo chiamato Sistema Culturale Nazionale. Sembra che la Corte dei Conti ci dia pienamente ragione: ci auguriamo che anche il Ministero si decida a farlo. 


1 Comment

Nicola Turco · 29 Dicembre 2020 at 18:28

Importante sapere!

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