Serve quindi un cambiamento di mentalità. Occorre sganciare l’archeologia dalle pressioni del mercato edilizio, e rafforzare le strutture di tutela e ricerca con risorse personale stabile e risorse adeguate. Deve cambiare la concezione stessa dell’archeologo/a: non un intralcio da aggirare, ma il/la garante di un servizio pubblico, fondamentale alla conservazione e alla valorizzazione della memoria collettiva, per la crescita culturale ed economica della società.
L’esempio francese ci ricorda che un futuro diverso è possibile, se la categoria sa organizzarsi, rivendicare migliori condizioni, maggiore riconoscimento e una diversa concezione (e narrazione) dell’archeologia – che deve tornare ad essere considerata innanzitutto portatrice di un interesse pubblico.
Solo così potremo contrastare politiche miopi e costruire un modello di gestione del territorio davvero in grado di generare benessere, che riconosca all’archeologia il ruolo cruciale che le spetta.
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