Le nostre riflessioni sull’emendamento alla Legge di Bilancio proposto da FdI , per limitare l’applicazione delle misure di archeologia preventiva

In questi giorni si è discusso ampiamente di un emendamento alla Legge di Bilancio che modificherebbe l’Art. 28, comma 4 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, intervenendo sulle procedure di archeologia preventiva.

La modifica – nota come “emendamento Matera-Gelmetti” dal nome dei promotori – proponeva, in sostanza, di applicare le procedure di archeologia preventiva solo alle opere pubbliche ricadenti in aree già sottoposte a vincolo, escludendo quindi le aree non vincolate, per le quali le indagini preventive non sarebbero state più necessarie, pur essendo paradossalmente quelle a più alto rischio.

Si tratta di uno tra i centinaia di emendamenti promossi da maggioranza e opposizione. È infatti di ieri la notizia che è stato dichiarato “inammissibile per materia” poiché l’argomento non rientra nelle competenze della legge. Ma l’iter parlamentare è ancora in corso.

L’emendamento ha, ad ogni modo, suscitato forte preoccupazione. Le associazioni professionali e le Consulte Universitarie hanno sottolineato i rischi per la tutela del patrimonio e, soprattutto, per la sopravvivenza stessa della professione. Le conseguenze vanno dalla perdita di posti di lavoro (in un settore già difficile a livello occupazionale) al blocco dei cantieri, dall’aumento dei costi in caso di ritrovamenti imprevisti al rischio concreto di vedere distruggere parti del nostro patrimonio, in un Paese dove il consumo di suolo avanza ogni giorno a ritmi insostenibili.

Da questa vicenda, tuttavia, emergono delle considerazioni più ampie. Ancora una volta, si manifesta una percezione diffusa secondo cui l’archeologia preventiva rappresenterebbe un ostacolo allo sviluppo del territorio. Una “procedura accessoria”, da ridurre o eliminare appena possibile. 

Ma l’archeologia preventiva non è un freno: al contrario, è un importante strumento di pianificazione che ha come obiettivo primario quello di garantire la tutela del patrimonio e del paesaggio (assolvendo così a quanto espresso dall’Art. 9 della Costituzione) nel nome di un interesse collettivo. Eppure, una parte del mondo politico-imprenditoriale si ostina a considerarla poco più che un intralcio ed è disposto a sacrificare la tutela del bene pubblico alle logiche di mercato.

Questa visione distorta è alimentata dalla mancata valorizzazione della figura dell’archeologo e dalla fragilità strutturale in cui la professione versa da anni. La professionalità è spesso subordinata agli interessi privati, ridotta a un adempimento burocratico legato alle tempistiche delle grandi opere, spesso appiattendo di fatto la professione sulla filiera edilizia e le sue dinamiche. Il settore soffre da tempo criticità profonde: nel pubblico mancano piani di assunzione adeguati, nel privato spesso e volentieri domina ancora la logica del massimo risparmio e dilagano forme di lavoro atipiche, con poche tutele e diritti. Questa situazione frammenta i lavoratori, ostacola la costruzione di rivendicazioni comuni e accresce ulteriormente la loro vulnerabilità. È proprio in questa fragilità strutturale che trovano terreno fertile proposte come l’emendamento Matera-Gelmetti.

Questa tendenza non riguarda solo l’Italia. Anche in Francia, nell’estate del 2025, si è tentato di ridimensionare l’archeologia preventiva con un emendamento alla legge di semplificazione economica, che prevedeva l’esenzione dall’obbligo di indagini preventive per i “grandi progetti” di sviluppo nazionale come ferrovie e autostrade, minacciando il sistema di tutela e svuotando di significato il ruolo dell’archeologia.

La risposta della categoria è stata però esemplare: il 12 giugno oltre 1.300 archeologi – studenti, precari, lavoratori pubblici e privati – hanno scioperato e sono scesi in piazza a Parigi, rendendosi visibili come classe lavoratrice. La mobilitazione ha portato, il giorno successivo, all’abrogazione totale dell’emendamento. Una vittoria che dimostra come la mobilitazione, la consapevolezza e l’azione collettiva possano davvero invertire la rotta. Non a caso, in Francia dell’archeologia preventiva si occupa primariamente un ente pubblico statale (l’INRAP), che rappresenta il principale datore di lavoro dei/delle professionisti/e archeologi/ghe.

Serve quindi un cambiamento di mentalità. Occorre sganciare l’archeologia dalle pressioni del mercato edilizio, e rafforzare le strutture di tutela e ricerca con risorse personale stabile e risorse adeguate. Deve cambiare la concezione stessa dell’archeologo/a: non un intralcio da aggirare, ma il/la garante di un servizio pubblico, fondamentale alla conservazione e alla valorizzazione della memoria collettiva, per la crescita culturale ed economica della società.

L’esempio francese ci ricorda che un futuro diverso è possibile, se la categoria sa organizzarsi, rivendicare migliori condizioni, maggiore riconoscimento e una diversa concezione (e narrazione) dell’archeologia – che deve tornare ad essere considerata innanzitutto portatrice di un interesse pubblico

Solo così potremo contrastare politiche miopi e costruire un modello di gestione del territorio davvero in grado di generare benessere, che riconosca all’archeologia il ruolo cruciale che le spetta.


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