Dal recente caso degli Uffizi Mi Riconosci? propone una riflessione sull’impatto del cambiamento climatico sul patrimonio culturale e la sua fruizione

Mercoledì 24 giugno, nel pieno dell’ondata di calore che sta investendo l’Italia, un guasto all’impianto di climatizzazione delle Gallerie degli Uffizi ha mandato in crisi il museo più visitato del Paese. Nel giro di poche ore si sono formate lunghe code agli ingressi, visite guidate sono state annullate e la biglietteria è stata costretta a chiudere alle 12.

Ed è a questo punto che è accaduta una cosa sorprendente: improvvisamente gli Uffizi sono diventati un museo più vivibile per qualche giorno. Con meno persone all’interno, le sale erano finalmente percorribili, davanti alle opere si poteva sostare senza essere trascinati dalla folla anche negli ambienti tradizionalmente più congestionati. Nonostante il condizionatore fuori uso, molte guide, assidue frequentatrici del museo, hanno raccontato un’esperienza notevolmente migliorata.

Sebbene il guasto sia stato riparato,  permane tuttora una problematica legata alle temperature elevate e alla sicurezza delle opere. In un museo che accoglie migliaia di persone al giorno, l’assenza di un adeguato ricambio d’aria significa temperature elevate, aumento dell’umidità e della concentrazione di anidride carbonica, con conseguenze sul benessere di visitatori e lavoratori, nonché sulla conservazione delle opere. Ma sarebbe un errore fermarsi al condizionatore rotto. Quello degli Uffizi è soprattutto il sintomo di una questione più ampia: il patrimonio culturale è entrato nell’epoca del cambiamento climatico senza che il settore abbia ancora avviato una riflessione complessiva su come affrontarla.

Ovviamente non è un caso isolato. Negli stessi giorni il Museo del Louvre ha anticipato la chiusura pomeridiana dichiarando apertamente che il proprio edificio storico è «fragile e non abbastanza adatto al cambiamento climatico» e sempre a Parigi anche la Tour Eiffel ha modificato gli orari di apertura. In Francia hanno limitato le attività anche il Palais de Tokyo, il Castello di Fontainebleau, Mont Saint-Michel e altri istituti culturali. Nel Regno Unito il  Tower Bridge ha chiuso completamente, molti dei principali musei londinesi, come British Museum e Victoria & Albert Museum, hanno interdetto l’accesso ad alcune aree, mentre il Globe Theater ha cancellato spettacoli all’aperto. Al contempo, in entrambe le nazioni, così come in Italia, alcuni istituti culturali dotati di adeguati impianti di climatizzazione hanno reso gratuito l’accesso per offrire un riparo dal caldo accessibile a tutte e tutti: tra questi spicca la città di Nantes, in cui tutti i musei municipali e cittadini saranno a libero accesso fino alla fine dell’emergenza.

Il patrimonio culturale europeo sta cambiando il proprio modo di funzionare, mentre sono sempre di più le città che stanno investendo in politiche di adattamento climatico – dai rifugi climatici agli interventi di depaving – nella consapevolezza che le ondate di caldo estremo non rappresentano più un’emergenza occasionale, ma una condizione con cui convivere. In Italia, però, il dibattito arranca. Si contano finora timide iniziative, qualche mostra e alcuni convegni. In aggiunta, lo scorso gennaio, il Ministero della Cultura ha creato lIstituto centrale per la gestione dei rischi del patrimonio culturale (ICRI), che ha autonomia speciale ma zero finanziamenti dedicati, per cui ci si domanda in che modo possa lavorare vista la mancanza di fondi cronica del comparto cultura, sottoposto ogni anno a nuovi tagli

Nel frattempo si continuano così a rincorrere le singole emergenze, spesso dimenticando che il cambiamento climatico non riguarda soltanto gli edifici o le opere, ma anche le persone che quei luoghi li vivono ogni giorno: addetti all’accoglienza, guide, restauratori, archeologhe, personale di vigilanza e tutti coloro che garantiscono l’apertura e la fruizione del patrimonio culturale. 

A Firenze, ad esempio, Palazzo Vecchio è in parte privo di climatizzazione. In alcune sale si registrano temperature di 37-38 gradi, con malori e interventi del 118. Alla Galleria dell’Accademia si cerca invece di mantenere gli impianti in funzione con interventi continui pur di garantire temperature interne molto inferiori rispetto all’esterno, con sbalzi termici che pongono a loro volta problemi per chi trascorre l’intera giornata nelle sale. Situazioni diverse, accomunate dalla stessa assenza di una strategia che tenga insieme tutela del patrimonio, sicurezza sul lavoro e benessere dei visitatori. 

La crisi climatica pesa ovviamente su tutte le attività culturali svolte all’aperto. Aree archeologiche, parchi monumentali, cantieri di restauro, attività di sorveglianza e ricerca sono sempre più spesso esposti a temperature proibitive.

Pompei rappresenta un caso emblematico. Si tratta di un sito archeologico quasi interamente esposto al sole, dove durante le ondate di calore lavoratrici, lavoratori, guide e visitatori trascorrono ore senza adeguati ripari, e non si contano gli svenimenti. Eppure anche qui il dibattito continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulla continuità della fruizione turistica – compresi i grandi flussi provenienti dalle crociere – che non deve mai fermarsi. Anziché ripensare gli orari di apertura in funzione delle temperature estreme, negli ultimi anni negli ultimi anni la fruizione delle domus è stata ridotta di un’ora, finendo per concentrare ulteriormente le visite nelle fasce più calde della giornata. Ancora una volta, il cambiamento climatico viene affrontato come un problema occasionale, senza una riflessione sulle conseguenze per la tutela del patrimonio e per le condizioni di chi in quei luoghi lavora ogni giorno.

La stessa impostazione caratterizza gli scavi archeologici. Le campagne, in particolare quelle universitarie continuano a essere programmate prevalentemente nei mesi estivi e il caldo estremo viene considerato un disagio inevitabile, anziché un rischio professionale. Prevale la logica del “si è sempre fatto così”: gli orari vengono modificati solo eccezionalmente, le ordinanze regionali che limitano il lavoro nelle ore più calde sono spesso vissute come un ostacolo organizzativo e il rispetto dei protocolli di sicurezza finisce per dipendere dalla sensibilità dei singoli responsabili. Il risultato è che studentesse, studenti, dottorandi e archeologhe continuano a lavorare in condizioni che altri settori considererebbero semplicemente inaccettabili. Non va meglio per i professionisti e le professioniste operanti su cantieri di infrastrutture e servizi, che in quanto “attività indispensabili” sono in deroga rispetto alla sospensione del lavoro tra le 12.30 e le 16.00 prevista dalle ordinanze regionali: nella stragrande maggioranza dei casi ad operai e archeologi viene negato di poter anticipare gli orari di lavoro, non vengono predisposte zone d’ombra e pause forzate per il recupero psico-fisico e spesso neanche messa a disposizione acqua. Una totale mancanza di tutela per la salute e sicurezza di chi è obbligato, per la natura del suo lavoro, a proseguire le attività laddove in questi giorni, in città come Roma, sui cantieri all’aperto si arrivano a registrare temperature superficiali che sfiorano i 100 gradi

Il guasto agli Uffizi verrà risolto e il museo tornerà a pieno regime. Così come i cantieri e gli scavi archeologici continueranno ad esistere e a rappresentare i luoghi di lavoro di moltissime persone. Ma il cambiamento climatico non è un incidente di percorso, è una condizione con cui anche il patrimonio culturale dovrà convivere. 

Per questo la discussione non può limitarsi alla sostituzione di un impianto o alla fornitura di bottigliette d’acqua. 

In Italia sono ancora moltissimi i musei, gli archivi, le biblioteche e i siti archeologici privi di climatizzazione o dotati di impianti ormai inadeguati. Adeguare edifici storici richiede investimenti ingenti, competenze specifiche e una programmazione di lungo periodo. Si tratta di un tema tecnicamente complesso, reso ancora più difficile dalla cronica scarsità di risorse economiche, dalle difficoltà amministrative e dalle criticità che di frequente caratterizzano gli appalti pubblici (spesso vinti al ribasso): questioni che meriterebbero un approfondimento specifico. Significa anche interrogarsi su orari di apertura, gestione dei flussi, organizzazione del lavoro e tutela della salute di chi quei luoghi li frequenta e li rende accessibili ogni giorno. 

Il settore culturale dovrebbe cogliere quanto sta accadendo come un’occasione per interrogarsi su modelli di gestione, flussi turistici, sicurezza del lavoro e priorità degli investimenti. Continuare a trattare ogni estate come una parentesi emergenziale significa rimandare una discussione che riguarda ormai il presente del patrimonio culturale, non il suo futuro


0 Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *