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Il 18 novembre sono iniziati gli esami di abilitazione alla professione di Guida Turistica. Una riflessione sulla prima prova

L’abilitazione alla professione di guida turistica in Italia è stata bloccata per più di dieci anni a causa di una sentenza del Consiglio di Stato e, dopo l’emanazione della legge n. 190 del 2023, è stata subordinata al superamento di un esame nazionale. Prima di questo provvedimento, attuato solo per assolvere gli impegni con l’Unione Europea e ottenere i  fondi del PNRR, le abilitazioni erano state gestite dalle Regioni, in maniera disordinata e molto differente tra ente e ente, con la conseguente immissione sul mercato di quantità diversissime di nuovi professionisti, con preparazioni a volte anche scadenti. Con la nuova legge in vigore, quindi, per ottenere il patentino serve superare tre prove (scritta, orale e pratica), la prima delle quali si è svolta il 18 novembre, in più sessioni, con quasi trenta mila partecipanti divisi in otto sedi. In tantissimi aspettavano aspettavamo questo esame.

Le materie di studio indicate nella legge erano originariamente sei: storia, storia dell’arte, geografia, archeologia, diritto del turismo e diritto dei beni culturali, ovviamente riferita al nostro Paese. Poi, con decreto ministeriale, lo scorso luglio gli argomenti d’esame sono cambiati, passando dallo scibile umano all’ultrascibile umano e divenendo davvero eccessivi. Se conoscere tutta la storia, la storia dell’arte, l’archeologia, ecc. sembrava già un’impresa davvero ardua, passare al nuovo programma è stato profondamente demoralizzante: la commissione aveva, infatti, designato al posto delle succitate materie una serie di ben 537 siti culturali da conoscere in modo approfondito. Una scelta che ignora totalmente la realtà della professione, che è spesso necessariamente territoriale.

Il nostro Paese ha un bisogno viscerale di nuove guide turistiche, anche considerando il bisogno di turn over dei colleghi già attivi, molto spesso prossimi alla pensione. La distribuzione per età delle guide turistiche rispecchia infatti molto quella della popolazione attuale italiana. Ma, contemporaneamente, abbiamo anche il problema che molti vecchi patentini siano ormai in disuso da tempo, appartenendo a persone che hanno cambiato lavoro, sono emigrate, in pensione o anche mancate.

Bandito il concorso, perciò, in moltissimi hanno salutato con immensa gioia questa opportunità.

Tuttavia non avevamo fatto i conti con i seguenti fattori: 

1 – Una visione elitista ed elitaria della cultura e del patrimonio culturale. Visto che per adeguarsi al mercato unico europeo non si potevano chiedere lauree come requisito di accesso, i burocrati dietro il nuovo programma d’esame hanno pensato bene che le nuove guide dovranno essere dei veri tuttologi, preparati nozionisticamente su tutto e pronti per nessun territorio specifico. Chi già fa la guida, ovunque nel mondo, tende infatti a specializzarsi molto su specifici territori o itinerari e a variare relativamente poco il proprio area di studio e lavoro. Questo per esprimere la massima qualità possibile in quell’area o su quell’itinerario, configurandosi de facto come una guida “locale”. La nuova guida nazionale, al contrario, risponderà più al canone della guida globale, in antitesi con locale: saremo forse guide tuttologhe a kilometro 1000?

2 – Il mercato del lavoro nel mondo della cultura. Dopo decenni di precariato nel mondo culturale moltissimi hanno nel tempo rivolto lo sguardo al turismo e invece di fare l’archeologo o il restauratore hanno trovato nel mestiere della guida turistica l’unico sbocco per una crescita economica e una stabilità di carriera nonostante sia un lavoro quasi soltanto da free lance. Pubblicato l’avviso, vi si sono iscritti tutti, consapevoli e inconsapevoli di che lavoro sia poi davvero quello della guida turistica.

3 – Il mercato del lavoro nel mondo del turismo, che è precario quanto quello della cultura, è però decisamente più ricco. Molti professionisti già abilitati come accompagnatori turistici o qualificati come guide ambientali escursionistiche, aspettavano con ansia questo concorso per poter ampliare il proprio ambito professionale, crescere economicamente e soprattutto culturalmente. Tutti questi hanno avuto sia il vantaggio di conoscere meglio l’ambito del turismo che di viaggiare molto e di poter vedere e toccare con mano tanti dei siti inclusi nel programma d’esame, sia la difficoltà di adeguarsi ad uno studio solo nozionistico e privo di profondità esperienziale, così distante dal mestiere effettivo, proprio per la consapevolezza di quanto sia inutile poi sul campo.

Il sistema di valutazione della prova sembra sia stato pensato per far passare solo chi davvero sa e impedire di passare l’esame per mera intuizione o fortuna. 

Ma quanti passeranno la prova scritta a questo punto? Quando sarà poi convocata la prova orale e quanto sarà difficile? In un contesto politico e sociale in cui il turismo è spesso over-turismo e tutti parlano di bisogno di “sostenibilità”, di rallentare e di delocalizzare i flussi questa selezione non aiuteràPoche migliaia di sopravvissuti, guide tuttologhe a-locali, a questo maxi esame che si configura tanto come gli Hunger Games del turismo non serviranno a nulla, né a colmare il bisogno del mercato turistico, né a promuovere e valorizzare i territori secondari e il patrimonio culturale, né alla sostenibilità, né a favorire un miglioramento del mercato del lavoro nella cultura e nei beni culturali. Poche migliaia di sopravvissuti, di eletti, serviranno solo al governo per dire “ci siamo riusciti!” e “abbiamo fatto l’esame che tutti aspettavano da anni e abbiamo selezionato solo i migliori. Ecco i nostri campioni”. Questo concorso nazionale è solo una macchina delle torture che serve per fare propaganda politica; e noi ci siamo dentro.


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