PARTE IV: CONCLUSIONE 

Arrivati alla fine di questo nostro documento, che, come ripetuto più volte, vuole essere aggiornato e integrato a partire dagli stimoli e dai commenti che riceveremo, e che vuole divenire terreno di proposta e dibattito per tutti professionisti dei beni culturali, ci sembra necessario, tuttavia, trarre le prime conclusioni.

Obiettivo della campagna è sicuramente quello di costruire un nuovo modello sociale basato sulla centralità della cultura, come diffusa e accessibile a tutti, modello da ottenersi anzitutto con l’attuazione di politiche mirate alla salvaguardia del nostro patrimonio culturale, attraverso una riforma dei percorsi di formazione in un’ottica influente sul mercato e non influenzata da questo, e una politica occupazionale finalmente volta a dare in gestione il patrimonio alle persone che meglio possono tutelarlo, conservarlo e valorizzarlo, rendendo il mondo del lavoro immediatamente accessibile a tutti i professionisti del settore. Ciò vuole garantire anche valorizzazione, promozione e crescita del territorio, inteso come profitto economico della collettività, e formazione/educazione individuale extra-istituzionale.

Le politiche attuate in questo settore, come in quello dell’istruzione e della ricerca in generale, invece, mirano da molto tempo ormai ad un annullamento del ruolo della cultura nelle dinamiche sociali,  favorendo logiche legate alla competizione e al profitto. Qualsiasi esperienza viene preliminarmente pesata in un’ottica di convenienza e produttività immediata (produttività percepita e non reale, come abbiamo spiegato nella prima parte di questo documento), finalizzata alla spendibilità sul mercato del lavoro: il potenziale legato alla crescita collettiva viene sistematicamente annullato. In questo panorama si è scelto ripetutamente di tagliare e screditare quindi le professionalità in grado di fondere al profitto finalità didattiche, sociali, culturali e collettiviste, e preferendo non formare adeguatamente, non riconoscere e non tutelare professionisti che di queste discipline si occupano. Si è agito nel tentativo di creare una sorta di selezione naturale, puntando su supposte capacità imprenditoriali o leaderistiche dei singoli, chiedendo di essere sempre più scaltri e più intraprendenti dei propri vicini, di scegliere corsi di laurea che garantiscano lavoro e produttività, di accettare compromessi e sfruttamento per poter accedere a un fantomatico futuro di ricompense basate su quanto si è stati migliori e accomodanti rispetto ai propri colleghi. Una politica che la nostra generazione ben conosce, deleteria non solo per i professionisti dei beni culturali, i quali sono stati man mano portati ad accettare in silenzio lavori gratuiti o sottopagati spacciati come “unica via” per ottenere, in un futuro più o meno lontano, un riconoscimento professionale, ed educati all’ideologia del “se non lo fate voi lo farà qualcun altro”: il patrimonio culturale italiano è inesorabilmente passato a divenire un bell’involucro di cui vantarsi, e che deve soprattutto essere competitivo sul mercato, come un prodotto qualsiasi quale, ovviamente, non è, e dunque richiedendo a tutti i professionisti impiegati solo competenze di Marketing, Social comunication, grafica, statistica, team building, ecc… dimenticando lo studio e la ricerca, nonché una comunicazione culturale che sia anzitutto, appunto, culturale.

In questo documento abbiamo spiegato perché è necessario e utile investire nella cultura, perché l’unico investimento sensato è quello sulle risorse umane; abbiamo spiegato perché la legge 110/2014 è stata un passo importante, seppur tutt’altro che definitivo, verso il riconoscimento professionale (che deve essere anzitutto un riconoscimento economico), e perché ne auspichiamo l’attuazione; vi abbiamo dato un’idea di quanto problematici e confusi siano i percorsi formativi del settore e di quanto necessarie siano delle riforme serie e profonde; infine, abbiamo accennato a quante professionalità ancora sono ignorate dal legislatore.

Non abbiamo parlato di tutto, abbiamo parlato di un po’ di cose, necessarie per costruire proposte e per tentare di aprire, finalmente, un dibattito nazionale che interessi tutti i professionisti dei beni culturali e non solo.

Concludiamo dunque questo documento con alcune semplici richieste ed alcuni propositi.

Anzitutto, ci auguriamo che in tutti i professionisti dei beni culturali nasca il desiderio di ottenere una dignità professionale, che si crei un’autocoscienza di categoria per cui nel minor tempo possibile non debba più accadere che istituzioni o privati possano sfruttare professionisti dei beni culturali senza che nessuno si opponga o consideri dannosa la cosa. Iniziamo a capire che siamo in tante e tanti ad avere gli stessi problemi, siamo in tanti ad essere arrabbiati e che le cose si possono cambiare, protestando e proponendo, fino ad arrivare a una completa regolamentazione dell’accesso alla professione, a una valorizzazione dei nostri titoli di studio e percorsi formativi e, di conseguenza, alla dignità professionale: smettiamo, una volta per tutte, di accettare di essere messi l’uno contro l’altro. Questa è la prima finalità della campagna “Mi Riconosci? sono un professionista dei beni culturali”, e la prima finalità di questo documento.

In secondo luogo chiediamo che i decreti attuativi della legge 110/2014 arrivino il più presto possibile (sono passati due anni dalla promulgazione della stessa), e che contengano requisiti chiari, condivisibili e condivisi: per la scrittura degli stessi auspichiamo che il Ministero tenga conto dell’opinione di più realtà possibili, non ultima quella dei soggetti in formazione. Ma ovviamente degli elenchi professionali non vincolanti sono un importante passo ma non una soluzione, dobbiamo lavorare duramente per poter ottenere una regolamentazione che metta in condizione solo chi è in possesso di determinati requisiti professionali di poter svolgere la professione senza scappatoie, definendo profili professionali precisi che devono essere necessari in ogni luogo o istituto di cultura (come è stato fatto per i musei da ICOM e, ad esempio, dalla “Commissione per la definizione dei livelli minimi di qualità delle attività di valorizzazione” nel 2006, tentativi rimasti costantemente lettera morta). Professione per professione, uniti, chiediamo al Ministero di valorizzare le nostre competenze e di smetterla con bandi a volte confusi, a volte irrispettosi e vergognosi, a volte ai limiti della scandalo: servono requisiti chiari, omogenei e sempre uguali. Questo sarà forse più facile per le sette professioni riconosciute dalle legge 110/2014, che devono poter beneficiare di una regolamentazione chiara in tempi rapidi.

Chiediamo infine, come in parte si è già detto, che come per le sette professioni finalmente riconosciute dalla legge 110/2014, anche le altre professioni che agiscono nell’ambito dei beni culturali inteso in senso ampio possano uscire dall’ombra e, attraverso un processo di costruzione di un’autocoscienza professionale , imporre al legislatore una regolamentazione dell’accesso alle loro professioni e una valorizzazione dei propri percorsi formativi: in questo documento abbiamo elencato alcune di queste professioni e, come spiegato nell’introduzione, questo elenco per nulla esaustivo è pensato per essere man mano arricchito e integrato grazie all’apporto dei professionisti dei beni culturali che leggeranno. Queste professioni, spesso nate da poco, in altri casi da poco uscite dal semplice ambito dell’“hobby”, quantomeno in questo Paese (fatto comune a quasi tutte le professioni dei beni culturali, nate come una sorta di passatempo per ricchi), devono arrivare a potersi muovere agevolmente nell’ambito Accademico, così da poter completare la propria formazione mediante Dottorati, Master o stage (si tratta di possibilità che il laureato deve poter valutare per il proprio futuro, in quanto ulteriormente qualificanti, ma devono allo stesso tempo rimanere non necessari al fine dell’esercizio della professione). Allo stesso modo, l’inserimento dei percorsi formativi tra quelli ufficialmente “riconosciuti”, deve garantire alle persone che si sono formate in queste specifiche discipline dei beni culturali l’accesso ai bandi pubblici di selezione emanati dal Ministero, nel momento in cui si presenti la necessità di queste figure in ambiti come Soprintendenze, scavi archeologici, musei, allestimenti e\o mostre,  biblioteche, archivi. Cosa che, come si è visto in diversi bandi e concorsi recenti, ancora non avviene, con percorsi formativi e professioni che vengono sistematicamente ignorate a scapito di altre (per certi versi, più note), privando il nostro patrimonio di importanti risorse umane.

Concludiamo così, augurandoci che ci aiuterete a portare avanti questa campagna, a dettagliare e impreziosire questo documento, a creare proposte su proposte e, soprattutto, a combattere ogni giorno, punto su punto, bando su bando, per quella che è la nostra battaglia: ottenere un completo riconoscimento professionale e una dignità lavorativa per tutti i professionisti dei beni culturali, perché ci sia consentito di formarci per poi mettere le nostre competenze professionali al servizio della comunità.

La strada è tutta da costruire, ma insieme possiamo, dobbiamo, riuscirci. E questi mesi l’hanno dimostrato.

Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali


1 Comment

VERSO IL RICONOSCIMENTO – MI RICONOSCI? Sono un professionista dei beni culturali · 30/05/2016 at 18:02

[…] PARTE IV: CONCLUSIONE  […]

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