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La legge Brunetta riforma i concorsi aumentando il classismo e l’esclusione: una realtà già consolidata da decenni nel settore dei beni culturali

Sta facendo gran parlare di sé la legge, pubblicata il 1 aprile in Gazzetta col decreto 44/2021, con cui il neo Ministro Renato Brunetta vuole riformare l’accesso alla Pubblica Amministrazione e i concorsi. Appaiono articoli sui giornali, crescono gruppi sui social per chiederne l’abolizione, una petizione su Change.org ha già raggiunto le 15 mila firme. Il perché della contestazione è presto detto: il decreto abolisce le prove preselettive aperte a tutti i laureati, sostituendole con una selezione per titoli ed esperienze pregresse. In pratica si va a garantire, per legge, un percorso di accesso preferenziale per chi è già ben inserito nel mercato del lavoro da anni e ha potuto rafforzare la propria qualifica con titoli post-laurea, magari a pagamento. Escludendo tutti quei neodiplomati o neolaureati che nel bel mezzo di una crisi economica cercano un posto di lavoro, o che semplicemente non possono permettersi titoli post-laurea data la loro situazione economica.  Rendendo la vita più facile a poche categorie sociali, insomma.

Ciò che il grande pubblico non sa è che, ancora una volta, il settore dei beni culturali ha fatto da sperimentazione per le pratiche che ora con la legge Brunetta sarebbero estese a tutta la Pubblica Amministrazione. Da decenni infatti per diventare funzionario del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali (oggi Ministero della Cultura), il ruolo diciamo “base” a cui razionalmente può aspirare un professionista del settore, non basta avere una laurea: per partecipare alle prove preselettive dei concorsi è necessario un titolo post-laurea, che sia scuola di specializzazione, dottorato o, come nel caso del concorso 2016, master di II livello. La scuola di specializzazione, prevista solo per alcune professioni culturali, esiste solo in Italia, senza equivalenti in altri paesi europei, e a differenza delle specializzazioni mediche, non prevede retribuzione: anzi, in genere è lo specializzando a dover pagare. Inutile dire che in molti casi la specializzazione non basta, data la competizione, e che è molto comune trovare professionisti che continuano il proprio percorso con un dottorato di ricerca, per un totale di 10 anni di studi complessivi, di cui, nella migliore delle ipotesi, solo gli ultimi tre retribuiti. Chi non può o non desidera accedere a un dottorato di ricerca o a una scuola di specializzazione può rivolgersi, invece, ai cosiddetti Master universitari di primo o secondo livello, anch’essi tipici italiani. Master estremamente disomogenei, con costi alti e talvolta esorbitanti, anche oltre i 15 mila euro. Inventano in alcuni casi anche nuove professioni, in altri casi replicano lauree magistrali esistenti, mostrando come il sistema vigente preveda studenti di serie A e di serie B che diventeranno, un domani, professionisti di serie A e di serie B. Il settore dei beni culturali è quindi avvolto in un meccanismo di pay-for-work concretamente escludente, in cui si usano due valute: tempo e denaro. 

La conseguenza è che a operare in questo settore siano quasi esclusivamente persone che provengono da famiglie relativamente benestanti, e che a raggiungere posizioni di rilievo siano soprattutto persone di famiglia agiata. Il sistema esclude infatti chiunque non possa permettersi di lavorare gratuitamente per anni, perché la gavetta è un percorso fatto di anni di lavoro a titolo gratuito o sottopagato, nel migliore dei casi. Mentre la selezione per accumulo di titoli fa il resto. La norma è che negli anni tra i 20 e i 40  tutte o quasi le persone provenienti da situazioni poco fortunate abbandonino la professione, e quindi non arrivino mai a lavorare per il Ministero. E il fatto che la maggior parte di coloro che ce l’hanno fatta abbiano passato la stessa trafila di lavoro gratuito e finanziamento familiare non aiuta a fare in modo che si sviluppi una piena coscienza della crudeltà del meccanismo. 

Il Ministero della cultura, purtroppo, non vuole in nessun modo fermare questa deriva classista. I concorsi, ad esempio, vengono spesso organizzati a Roma, creando una selezione alla base tra chi può permettersi soldi per i viaggi (e giornate non lavorate) e chi no. Ma soprattutto, in anni recenti, ha creato la Scuola del Patrimonio: un corso di utilità estremamente dubbia, organizzato da una Fondazione privata finanziata con fondi pubblici, frequentabile da persone in possesso di scuola di specializzazione o dottorato. e con limite di età a 35 anni. Un quarto livello di studi, che prevede l’obbligo di svolgere per 12 mesi un tirocinio non retribuito all’interno di una struttura pubblica o privata, senza paragoni in Europa, che non è chiaro quanto varrà nei concorsi. 

In un mondo di lavoro precario e di post-laurea a pagamento, facendo valere titoli e esperienza professionale come premessa per partecipare a un concorso si otterrà un solo risultato: selezionare i dipendenti pubblici sulla base di criteri che nulla hanno a che fare con la loro competenza, ma con la loro capacità di resistenza allo sfruttamento, e con la disponibilità di una stabilità economica che viene dall’esterno, in particolare dal nucleo familiare. Ciò accadeva nel settore dei beni culturali da un pezzo, ed era condannabile, invece la legge Brunetta non fa che estendere questo deleterio meccanismo a tutta la Pubblica Amministrazione. Non possiamo più permetterci di escludere interi gruppi sociali da determinate professioni, lo Stato non deve escludere, deve includere. Questa riforma, questo meccanismo, vanno fermati, cancellati, aboliti.


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