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Pubblichiamo il comunicato stampa diffuso da Mi Riconosci per denunciare l’abuso del volontariato sostitutivo nei luoghi della cultura di Jesi, dove la Cassa di Risparmio promuove un corso dedicato a pensionati per svolgere attività nei musei

È in partenza oggi a Jesi il corso gratuito Volontari ad arte, dedicato agli over 65 e promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, con l’obiettivo di “trasformare la passione per la cultura in cittadinanza attiva e impegno sociale”.

Come Mi Riconosci?, associazione attiva dal 2015 in difesa del lavoro culturale e del suo riconoscimento professionale, abbiamo ricevuto varie segnalazioni a riguardo.

Secondo quanto riportato nella scheda informativa, il corso mira a formare un gruppo di volontari “senior” che affianchino gli operatori museali nelle attività di accoglienza, valorizzazione e mediazione culturale presso i siti gestiti dalla Fondazione. Un’iniziativa che promette di coniugare apprendimento e partecipazione civica con il coinvolgimento dei “cittadini-volontari” in visite guidate, laboratori didattici e organizzazione di eventi.

Dietro la superficiale (e abusata) retorica dell’“impegno sociale e della “cittadinanza attiva” si cela però una questione ben più complessa e problematica: il massiccio e ormai sdoganato ricorso al volontariato nel settore della cultura.

L’impiego di volontari – di qualsiasi età e a qualsiasi titolo – è infatti una prassi ampiamente diffusa e sistematicamente legittimata anche a livello istituzionale, al punto che molte tra le principali manifestazioni culturali italiane (come Capitale italiana della Cultura, che nel caso di Pesaro abbiamo provveduto a richiamare sullo stesso argomento) si reggono in gran parte sul lavoro non retribuito. A stupirci, stavolta, è che a promuovere un’iniziativa del genere sia proprio la CNA – Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa di Ancona, un’associazione di categoria che per statuto ha come finalità la rappresentanza, la tutela e lo sviluppo delle piccole e medie imprese e, più in generale, la difesa del lavoro dei professionisti e delle aziende, anche nel turismo.

“Ci sembra contraddittorio che un soggetto nato per tutelare il lavoro e chi lo svolge, decida di promuovere o avallare iniziative che, nei fatti, contribuiscono a normalizzare il lavoro gratuito nel settore e a svalutare la professionalità di coloro che si sono dedicati a formarsi per lavorare al servizio del patrimonio culturale, spesso affrontando lunghi percorsi di studio e gavetta, a fronte di scarse prospettive occupazionali aggravate anche da queste pratiche” afferma Giulia Alfonsi, attivista e referente di Mi Riconosci? Marche. “Ci saremmo aspettati maggiore consapevolezza rispetto a ciò che significa oggi lavorare nella cultura in Italia, un ambito in cui precarietà, sfruttamento, assenza di tutele e prospettive sono all’ordine del giorno.”

Promuovere corsi che affidano a volontari non retribuiti mansioni come valorizzazione, mediazione e visite guidate significa continuare a diffondere un messaggio profondamente sbagliato: che la cultura sia un hobby da svolgere nel tempo libero o tuttalpiù una passione, non una professione come le altre. L’organizzazione di mostre ed eventi, la progettazione di percorsi di visita, la comunicazione e il marketing culturale, ma più in generale tutte le attività che concorrono alla tutela, alla fruizione e alla valorizzazione del patrimonio dovrebbero invece essere concepiti come lavori qualificati, che devono essere svolti da figure professionali formate e adeguatamente retribuite.

La cittadinanza (di cui giovani e pensionati – tra le categorie normalmente destinatarie di queste attività di volontariato – sono parte) deve essere coinvolta non quando serve reclutare forza-lavoro gratuita, ma quando si tratta di strutturare offerte culturali di qualità, di ascoltare le esigenze della comunità e di coinvolgerla nella loro costruzione, così da avvicinare le persone ai luoghi della cultura e rendere quest’ultima un vero strumento di crescita sociale. Le politiche di cittadinanza attiva non possono diventare lo scudo attraverso cui si giustifica la sostituzione del lavoro professionale con il volontariato

“Come professionisti abbiamo bisogno di affrontare urgentemente i reali problemi del lavoro culturale in Italia: prospettive occupazionali concrete, salari dignitosi, tutele e riconoscimento professionale” conclude l’associazione.


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