Il Doriforo di Stabiae è stato esportato illecitamente dall’Italia negli anni ‘70 ed è ora esposto nel Minneapolis Institute of Art. Qual è la posizione del MIBACT?

Chi abita nella zona vesuviana sa bene che, visitando i musei del mondo, troverà quasi sempre dei reperti provenienti dalla propria zona. Orgoglio? Beh sì magari in un primo momento, ma poi subentra quella consapevolezza che l’Italia non fa abbastanza per il suo patrimonio. Viviamo a ridosso di ville archeologiche, centinaia di siti archeologici non sono accessibili o sono interrati intorno al Vesuvio, mentre altrove i musei hanno fatto fortuna con quei materiali, sottraendoli per sempre ai luoghi d’origine.

E se questo non fosse l’unico racconto possibile? Se il Mibact facesse la sua parte, pretendendo il rientro di quelle opere sottratte ai territori vesuviani durante scavi illeciti? Oggi vi raccontiamo il caso del Doriforo di Stabiae, conservato al Minneapolis Institute of Art dal 1986

L’antica Stabiae romana era una località in cui numerosi patrizi trascorrevano lunghi periodi lontani dal caos di Roma. Qui, in un luogo ameno, tra mare a montagna, si dedicavano all’otium, nella sontuosità di ville enormi, composte da ambienti ricchi di decorazioni.

Il Doriforo in esame, secondo una puntuale ricostruzione del prof. Umberto Pappalardo nel n. 87 di Archeologia Viva (2001), proverrebbe dalla villa del Pastore (così chiamata per il rinvenimento di una pregevole scultura con questo soggetto). Nel 1976 sulla collina di Varanoluogo in cui si trovano gli scavi di Stabia, noto fin dal ‘700 per essere zona archeologica indagata dai Borbone –  si stavano svolgendo dei lavori non controllati dalla sovrintendenza. La scultura al momento del ritrovamento non sarebbe stata consegnata alle autorità, ma venduta ad un antiquario romano, peraltro già noto alle autorità

L’opera viene esposta per la prima volta a Monaco nel 1980, nell’Antikensammlung, con un’etichetta: aus Stabiae. Con una sottoscrizione pubblica, la Germania si mobilita per l’acquisto, erano già pronti 3 miliardi di vecchie lire; ma il museo fece un passo indietro a causa delle denunce da parte dell’Italia e di quotidiani internazionali, i quali sottolineavano l’illecito espatrio

In quello stesso anno infatti arrivano le denunce del giornalista Achille d’Amelia su Tg2 dossier, dal titolo “L’emigrato di pietra”, l’anno dopo quella di Antonio Guastella sul Messaggero e del quotidiano tedesco “Frankfurter Allgemeine Zeitung”. Nel 2001 ne scrive lo studioso Umberto Pappalardo su Archeologia Viva. Quest’ultimo sottolinea in particolare come una ripresa degli scavi di Varano permetterebbe un eventuale ritrovamento dei pezzi mancanti del doriforo, i quali sarebbero prova inequivocabile della provenienza stabiana e dell’esportazione illecita.

Nel 2019 un convegno alla presenza del direttore del Parco archeologico di Pompei Massimo Osanna, del direttore degli scavi di Stabia Francesco Muscolino, del prof. Pappalardo e del presidente dell’archeoclub di Stabia Massimo Santaniello aveva riportato alla cronaca questa triste vicenda, approfondendo gli aspetti storici dell’antica Stabiae, ben oltre le ville riportate già alla luce. 

Qualche giorno fa, in un’interrogazione parlamentare, la senatrice Corrado ha scritto al ministro Franceschini se fosse a conoscenza di tutta la vicenda, chiedendo cosa intendesse fare per avviare le operazioni diplomatiche e riportare l’opera nel luogo di origine. All’appello si è prontamente unito il primo cittadino di Castellammare di Stabia, Gaetano Cimmino. Inoltre, Francesco Chinelli, uno studente di beni culturali, ha lanciato su l’hashtag #tornacasaDorY, un’iniziativa che permette di seguire gli sviluppi della vicenda sui social.

La recente apertura del Museo di Stabia deve essere occasione di riflessione per quest’opera trafugata illecitamente ed esposta dal museo di Minneapolis. Quest’ultimo, senza alcuno scrupolo, espone l’opera dal 1986; ne ha curato il restauro e la datazione, ed ha arbitrariamente, senza dimostrazione alcuna, affermato che l’opera proviene “da acque internazionali”. Ma gli studiosi non hanno dubbi: l’opera non presenta segni di un’esposizione secolare agli agenti marini, è esattamente quella esposta a Monaco nel 1980, riconosciuta come stabiana.

Pochi mesi fa ci siamo occupati della vicenda dell’Apollo citaredo del Louvre: anche quest’opera, detta di provenienza pompeiana, è stata acquistata dal Louvre con una colletta pubblica dalle mani di un privato: ma nessuno sa come fosse finita nelle sue mani. Perché una delle più importanti istituzioni museali mondiali decide di acquistare un’opera di dubbia provenienza? Perché non vi ha rinunciato, come all’epoca il museo di Monaco? Anche in quel caso la senatrice Corrado non aveva rinunciato a scagliare parole forti contro il ministro Franceschini

Perché, nel 2020, lasciamo ancora che opere provenienti da scavi illeciti della zona vesuviana siano sparsi nei musei del mondo, che ne fanno fiore all’occhiello delle loro collezioni? È tempo di fare un’inversione di rotta: l’Italia deve dimostrare di avere un ruolo forte nelle trattative con gli Stati esteri, e soprattutto dimostrare un interesse vero rispetto a questa tematica a 360°, non con operazioni spot una tantum.

Mi Riconosci – sezione della Campania


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *