È il tema del momento, e resterà tale fino alla pubblicazione del decreto o alla fine di questo Governo: l’autonomia differenziata per Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna sta tenendo banco sui giornali e nei Consigli dei Ministri. Come abbiamo già raccontato, la gestione del Patrimonio culturale è uno degli oggetti del più feroce contendere, e vede scontrarsi visioni diametralmente opposte tra MiBAC, Ministri della Lega e Regioni.

In questi mesi abbiamo letto editoriali infuocati contro il progetto di regionalizzazione dei Beni Culturali, troppo spesso però macchiati da argomenti deboli e pregiudiziali, quasi che in questi anni l’unica regione autonoma d’Italia fosse stata la Sicilia e lo Stato centrale si fosse dimostrato argine saldo ad abusi e malfunzionamenti.

La realtà, è evidente, non è questa, ma ciò non toglie che il decreto sull’autonomia differenziata che il Governo ha in cantiere risulti quantomeno problematico per il futuro del Patrimonio culturale italiano: per questo, dopo un lungo dibattito all’interno del nostro collettivo, abbiamo deciso di scrivere queste righe, tentando di illustrare al meglio la nostra posizione fortemente contraria a questo progetto di regionalizzazione differenziata del Patrimonio culturale veneto, lombardo ed emiliano-romagnolo.

Partiamo da un presupposto necessario. Noi siamo fermamente convinti che si possa dibattere a lungo sul tema della migliore forma di organizzazione dello Stato, di quante e quali competenze debbano restare al centro, ai territori e via discorrendo. Ma qualsiasi forma di autonomia differenziata, intesa come organizzazione statale in cui per alcuni territori valgano specifiche norme non condivise con le altre regioni, in cui alcuni territori godono di possibilità negate ad altri, è un sistema che non funziona e da non perseguire: rischia di frammentare la gestione del tessuto nazionale, se prima esso non viene opportunamente riformato in modo omogeneo, funzionale e organico. 

Ciò significa, lo chiariamo, che non ci piace per nulla neppure il sistema attualmente vigente, che prevede cinque regioni a statuto speciale (di cui tre gestiscono autonomamente il Patrimonio culturale) con leggi, statuti e doveri fiscali diversi l’una dall’altra e diversi da tutte le altre regioni. Lo sappiamo, per cambiare tale sistema serve una modifica costituzionale, ma ciò non ci impedisce di affermare che ogni autonomia differenziata, anche quella che già esiste, è ben poco salutare e utile per lo Stato italiano. 

Ma passiamo all’attualità e ai Beni Culturali. Ci sono tre regioni che vogliono ottenere la gestione più o meno totale del Patrimonio culturale locale, ed è in atto una trattativa di scambi ed equilibri a tratti grottesca, come avevamo raccontato qui. In questa situazione sta prendendo corpo l’idea, da alcuni addirittura auspicata, di lasciare la valorizzazione alle regioni e mantenere la tutela in capo allo Stato centrale; o anche, viceversa, di mantenere la valorizzazione a livello centrale e lasciare la tutela alle Soprintendenze regionalizzate. Entrambe queste idee ci appaiono, semplicemente, sbagliate, come fu sbagliato regionalizzare nel 2001 il turismo senza alcun tipo di riforma ragionata e funzionale al sistema Paese.

Tutela e valorizzazione devono essere organicamente connesse, essere parte di un continuum organizzativo in cui chi tutela e chi valorizza si parla e coopera negli stessi uffici e nelle stesse istituzioni: la scissione delle stesse è uno dei più grandi problemi che abbiamo ereditato dalla Riforma Franceschini. Andando sul pratico, le conseguenze della scissione diventano ancor più semplici da spiegare: se la gestione di musei e siti archeologici statali passasse a Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, ciò che accadrebbe sarebbe la trasformazione degli ex musei statali, da Milano a Ravenna, da Venezia a Bologna, in Fondazioni, o meglio l’accorpamento di questi a Fondazioni già esistenti vicine alla politica e alle élites economiche locali. Non a caso sono questi gruppi che stanno chiedendo con più forza la gestione regionale dei Beni Culturali. Vantaggi per i cittadini di quei territori? Nessuno, dato che oltretutto la privatizzazione farebbe sparire le gratuità garantite dalle leggi statali.

Se invece fosse la tutela a passare a queste regioni, le Soprintendenze regionalizzate, in costante carenza di personale e fondi, e prive di una difesa dall’alto, sarebbero sempre più minacciate e sottoposte al potere politico locale: sarebbero ancor più facili concessioni edilizie e abusi, in territori in cui in tutti questi anni le Regioni hanno spinto con forza nella via della speculazione sfrenata.

Quindi no, lasciare la tutela o la valorizzazione alle regioni senza un organico programma di ristrutturazione completa e funzionale dell’intero sistema ministeriale e statale non è una soluzione: è una pura follia.

Sia chiaro, ciò non vuol dire che lo Stato centrale in questi anni abbia garantito una buona tutela e valorizzazione del Patrimonio culturale italiano, anzi. Negli ultimi 30 anni l’Italia ha commesso spesso errori criminali, primo tra tutti l’esternalizzazione obbligata di tutti i servizi aggiuntivi di qualsiasi istituto culturale del Paese, o la trasformazione in Fondazioni private di tutti i teatri lirici, per non parlare del cronico sottofinanziamento, dell’abuso di lavoro gratuito e via discorrendo. 

E qui arriviamo al punto. Fondi e personale. Il Ministero dei Beni Culturali è già strutturato in modo da avere una capillare presenza nei territori e uno stretto rapporto con gli stessi. Ma questa presenza è debole e malfunzionante, per via di leggi sbagliate e carenza di personale. E questo costringe le Soprintendenze e gli istituti periferici a interpretare, a inventarsi, a creare, ognuno come può. La regionalizzazione degli istituti non li renderebbe più capaci di stare vicini ai cittadini, li renderebbe solo più vicini ai poteri regionali. Per dare una reale autonomia agli istituti periferici del Ministero, un’indipendenza operativa, è necessario finanziarli, metterli in condizione di funzionare: non serve nessuna autonomia differenziata per fare ciò.

Già oggi, nei vari territori e nelle varie regioni, autonome e non, esistono centinaia di esempi positivi e negativi, di tutela e di valorizzazione: reti che funzionano, idee innovative e funzionanti, e gestioni fallimentari nell’interesse di pochi. Esistono così tante differenze per via di leggi manchevoli e disomogenee, sulle concessioni, sulle sponsorizzazioni, sulla cooperazione tra istituti, sui vincoli da apporre. Davvero la soluzione è rinchiudere tutte queste decisioni in pochi uffici romani, come propone il ministro Bonisoli, o lasciare che ogni regione faccia a modo suo? A noi appare molto più sensato ripensare, senza pregiudizi ideologici, l’intero sistema organizzativo statale e regionale, partendo dai casi che funzionano e che avrebbero potuto fare scuola a livello nazionale. Invece si pensa a creare ulteriori divisioni e differenze, a puntare ancora sulla competizione tra territori. 

Ci sono poi da mettere sul piatto i problemi ulteriori che si andrebbero a creare per la valorizzazione di aree interregionali che costituiscono un’unità dal punto di vista culturale e paesaggistico (e gli esempi sono tanti). Ora per quei territori gli ostacoli sono enormi, e sono cresciuti con la regionalizzazione del turismo. Senza un ente in grado di redistribuire risorse, in particolare finanziarie, anche oltre i confini amministrativi delle Regioni, gli ostacoli diverrebbero invalicabili, come di fatto accade già nelle regioni a statuto speciale, anche in quelle che funzionano. Invece di prospettare la creazione di enormi uffici interregionali, non sarebbe, anche in questo caso, molto più opportuno scrivere leggi che incentivino la cooperazione tra territori e stimolino l’operatività degli enti locali, garantendo fondi per ogni buon progetto di cooperazione interregionale tra comuni?  

E infine, lo diciamo chiaramente, avvicinare il patrimonio culturale ai cittadini di quei territori è sacrosanto, è giusto. Ma lo si ottiene passandone la gestione da un potere statale a un potere regionale? No, la risposta è no. La ricerca internazionale ci ha già mostrato strade diverse e innovative per coinvolgere le comunità locali nella gestione del proprio Patrimonio. Per raggiungere quegli obiettivi si dovrebbero coinvolgere le comunità locali attraverso politiche di partecipazione attiva ai processi decisionali e creativi degli istituti culturali: la co-progettazione e la co-produzione di mostre, la creazione di eventi e programmi educativi, l’interpretazione e la mediazione delle collezioni, arrivando a promuovere congiuntamente, dirigenze degli istituti e comunità locali, lo sviluppo delle politiche culturali di musei, archivi e biblioteche. In sostanza, trasformare i cittadini da fruitori passivi, dediti al solo consumo culturale, a creatori/erogatori di un servizio di produzione culturale diretta a tutti. E oltre a ciò, per avvicinare i cittadini al patrimonio culturale locale è fondamentale garantire loro una presenza continuativa incentivata dalla gratuità d’accesso ai luoghi culturali, in modo che tra il territorio e la società si crei così un sistema di relazioni che favoriscono il senso di condivisione e di appartenenza sociale. Questi principi sono stati analizzati in numerosi studi sulla partecipazione pubblica alla gestione del patrimonio culturale, citati nella Convenzione di Faro e organizzati in linee guida dall’UNESCO. Ma noi in Italia siamo ancora fermi alle pessime Fondazioni di partecipazione, spesso controllate dalle banche e dai poteri economici locali. Che vogliono l’autonomia differenziata.

Noi crediamo, in ultima analisi, che non ci sia alcun bisogno di ulteriori differenze territoriali che impediscano la comunicazione e la crescita collettiva; crediamo che servano leggi precise e dettagliate che valgano su tutto il territorio nazionale, che consentano di tutelare e valorizzare il Patrimonio attraverso i professionisti che lo conoscono. E queste leggi devono essere applicate e praticate, ogni giorno, da istituti periferici con un saldo rapporto con il territorio, messi in grado di operare serenamente senza attendere continuamente istruzioni e fondi dall’alto. Tutto ciò oggi non accade. E né questo decreto sull’autonomia né la proposta di riforma Bonisoli andrebbero minimamente a scalfire questa situazione.

Insomma, l’autonomia differenziata per i beni culturali rischia di portare un bel po’ di soldi in più alle famiglie che controllano il Patrimonio culturale lombardo, veneto, emiliano e romagnolo. Ma non a chi vive in quei territori. Non consentirà in nessun modo agli istituti periferici di avere più autonomia e indipendenza (a meno che, ipotesi teorica, le regioni in questione non decidano di investire massivamente in Cultura, ma voi ci credete?), anzi li sottometterà ai poteri locali, e non consentirà in nessun modo di avvicinare il Patrimonio culturale ai cittadini che vivono quei territori.

A noi sembra un’enorme fregatura per il vantaggio di pochi, a voi no?


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