“Tracciando un quadro delle figure professionali su cui si basa l’attività museale […] i dati indicano l’esigenza e l’opportunità di professionalizzare un settore ampiamente sostenuto dall’iniziativa volontaristica e spontanea di personale non sempre adeguatamente qualificato.

Questo non lo dice un collettivo di attivisti come il nostro, ma il rapporto ISTAT “I musei, le aree archeologiche e i monumenti in Italia” pubblicato il 28 gennaio 2019 e riguardante l’anno 2017. Un rapporto dettagliato, che ci auguriamo imponga adeguate riflessioni a chi di dovere. Il quadro che emerge è chiarissimo: un patrimonio diffuso, capillare, in cronica mancanza di personale e risorse, che riesce comunque con incredibile coraggio e competenza a sopravvivere e reinventarsi; un enorme potenziale inespresso che potrebbe liberarsi con poche piccole azioni; una riforma Franceschini che ha cristallizzato e acuito le distanze tra centri e periferie. Senza pretesa di esaustività, ecco le nostre, di riflessioni.

Partiamo dai dati negativi, che dovrebbero preoccupare davvero. Su 4889 istituti, il 36,3% dei visitatori si concentra nei primi 20 in classifica, mentre il 44,3% si concentra nei Musei statali, meno del 10% del totale. Questi istituti non solo beneficiano di maggiori risorse statali, ma anche di maggiori fondi privati e di proventi dei servizi aggiuntivi: effetti della legge Ronchey, della recente riforma e di un ArtBonus malfatto, totalmente incapace di redistribuire e creare una crescita congiunta di grandi e piccoli, come già delineato in altre sedi. Solo il 30% dei musei dispone di un sito internet e di servizi aggiuntivi, solo il 48% esiste sui social media, solo il 34,2% dispone di un sistema per il conteggio dei visitatori, solo il 36% svolge attività di ricerca: le percentuali sono molto più basse per il musei più piccoli.

Ciò non deve stupire, data la situazione del personale. Stando al rapporto, “il settore […] mobilita complessivamente circa 38,300 operatori tra dipendenti, collaboratori esterni e volontari, in media uno ogni 3.106 visitatori (nel 2015 erano invece 45 mila operatori, uno ogni 2.400 visitatori)”: una proporzione spaventosa, e un crollo netto in soli due anni. Il 58,2% degli istituti ha non più di cinque addetti, solo il 32,7% ne ha più di 10. E per quanto riguarda le professionalità, come si diceva all’inizio, il 60% dei musei non ha un direttore (!!!), il 63% non ha addetti a servizi didattici, il 36% non ha amministrativi e oltre il 70% non ha addetti alla conservazione e manutenzione. Il 65% dei Musei, però, impiega volontari (più di 5 nel 15% dei casi!): un chiaro espediente per sopravvivere.

Eppure il potenziale c’è, ed è enorme: l’ISTAT rileva che, oltre all’abnorme concentrazione di visitatori in pochissimi istituti, tanti sono i comuni italiani dove i turisti sono più dei visitatori dei Musei (nel report leggiamo Padova, Perugia, Bergamo… ma anche Venezia, che ha deciso di concentrare tutti i turisti in un solo museo civico, Palazzo Ducale). Persone che soggiornano in città ma non la visitano. E in tanti territori accade lo stesso, pensiamo a quelli più famosi per il turismo balneare. Turismo di massa in certe aree, meravigliosi musei vuoti in altre. Ci si bagna la bocca con il turismo sostenibile, ma non si mettono in condizione i Comuni di gestire e finanziare i Musei civici, veri motori di quel turismo culturale. E se gli enti locali non ce la fanno, il MiBAC dalla sua non parla mai di un piano per il rilancio degli istituti comunali.

Come dicevamo, nonostante una politica nazionale a dir poco miope, i nostri musei fanno ciò che possono, mettendosi in rete (il 42,5% ne fa parte) o creando biglietti cumulativi: eppure, nonostante la nascita dei Poli Museali, ancora pochissimi sono i visitatori che usufruiscono di un abbonamento, solo l’11,2%. In un Paese a patrimonio diffuso come il nostro, una follia.

Tanto ci sarebbe ancora da dire, ma ci fermiamo qui e vi invitiamo a leggere il rapporto.

Qualche conclusione?

Dare le armi ai musei più piccoli o meno noti di attrarre visitatori tra i residenti e i turisti apparirebbe l’unica via logica, eppure si fatica a percorrerla. Immaginate cosa accadrebbe se solo ogni museo potesse essere dotato di un direttore e di un responsabile della comunicazione? Chiaramente, con meno personale, meno fondi, meno servizi aggiuntivi, chi sta indietro continuerà a stare sempre più indietro. Come può crescere un sistema così?

Il rapporto elimina ogni dubbio: in un sistema come quello italiano, il centralismo è controproducente, dato che porta a concentrare i flussi turistici in poche città che rischiano di essere divorate dal turismo di massa. Redistribuire le risorse e fare rete tra musei grandi e piccoli è assolutamente imprescindibile. Ottusa è anche l’esternalizzazione obbligata dei servizi aggiuntivi, dato che nessuna impresa ha vantaggio ad occuparsi dei servizi aggiuntivi di un piccolo museo in un territorio poco turistico. Con questi dati in mano, la soluzione è banale e priva di alternative: investire su un sistema che potrebbe dare tantissimo in termini di crescita sociale ed economica dei territori, permettendo allo Stato e agli enti locali di sostenerlo attivamente. Facendo rete, senza cercare vie di salvezza nei pur utili apporti dei privati.

Si vocifera che in queste settimane sia in cantiere una nuova riforma del sistema museale: questo rapporto spiega chiaramente che via intraprendere.


3 Comments

Vogliono trasformare i Musei statali in Fondazioni private? Molto più che un sospetto. – MI RICONOSCI? Sono un professionista dei beni culturali · 7 Febbraio 2019 at 17:46

[…] esiste, il sistema museale italiano, con i suoi oltre 4000 musei, è in sofferenza e vede i flussi concentrarsi su pochissimi istituti. Non sarà che per caso quei Musei autonomi hanno un secondo fine non detto né […]

Un folle “modello Venezia” per tutti i Musei statali italiani? – MI RICONOSCI? Sono un professionista dei beni culturali · 27 Agosto 2019 at 17:17

[…] essere in pari con gli utili, tra restauri legati all’ArtBonus (che, per come è strutturato, favorisce le donazioni ai siti più ricchi e famosi) e bigliettazione. E di conseguenza di poter giustificare lauti contributi a dirigenti e […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *