Dal cimitero delle Fontanelle al Museo diocesano diffuso: quale modello di gestione per il patrimonio culturale di Napoli?
Sabato 18 aprile 2026 è stato riaperto al pubblico il Cimitero delle Fontanelle. L’antico ossario, in cui venivano seppelliti i morti in anonimato per epidemia, è noto soprattutto per il culto delle anime “pezzentelle”, nato in età vicereale e praticato soprattutto dalle fasce più marginalizzate della città. Il culto è stato vietato dalla Chiesa nel 1969, ma i napoletani hanno continuato a nutrire un grande affetto per questo luogo, nonostante le ripetute chiusure nel tempo.
Dopo sei anni di chiusura, per la prima volta nella sua storia, il cimitero riapre le porte a pagamento. L’amministrazione Manfredi ha infatti puntato sul partenariato pubblico-privato, affidando un bene di proprietà comunale alla cooperativa La Paranza. Vale la pena ricordare che fino al 2020 il sito era gestito direttamente dal Comune tramite la Napoli Servizi, garantendo l’apertura gratuita al pubblico. Per i prossimi 12 anni, invece, la gestione sarà affidata a una cooperativa privata, che incasserà l’85% degli introiti della biglietteria. La durata dell’affidamento, quindi, rende di fatto irrilevante qualsiasi futura discontinuità politica. La decisione del Comune non è stata dettata da una necessità tecnica, ma da una scelta politica, e avrebbe meritato un dibattito pubblico che non c’è mai stato. Qualcuno dirà che questa soluzione porterà nuovi posti di lavoro, ma a quali condizioni?
L’accesso al sito, che si trova nel rione Sanità, sarà possibile al costo di 10€ e tramite prenotazione obbligatoria. La gratuità non sarà prevista per tutti i residenti a Napoli, ma solo per quelli della III e II municipalità, quest’ultima inserita a seguito di forti pressioni dal basso di cui nessuno parla. Scegliere di prevedere il biglietto gratuito solo per una parte dei residenti in città è una scelta inaudita, che non ha precedenti in Italia – dove la gratuità per residenti è molto diffusa – e che ignora il radicato legame dei napoletani con questo sito. L’interesse economico di un privato, quindi, prevale sul buon senso.
La visita sarà sempre accompagnata da un dipendente della cooperativa, anche qualora si decida di accedere al sito con una guida privata. Si dovrà essere accompagnati anche nel caso in cui si voglia pregare nell’area predisposta al culto, aperta solo il lunedì e il venerdì dalle 9.00 alle 10.00.
Un luogo dal grande fascino e sacralità, identitario per un’intera città e fino a qualche anno fa liberamente accessibile, è stato così trasformato in un sito a pagamento, con personale privato che dovrà stare con il fiato sul collo di chiunque lo frequenti, turista, fedele o guida turistica che sia.
Al netto della narrazione, come anche indicato nell’Avviso Pubblico che ha dato origine al partenariato, i lavori strettamente necessari alla messa in sicurezza e riapertura del sito sono stati pagati interamente dall’Amministrazione Pubblica per un valore di 200.000 euro.
I tanto sbandierati 640.000 euro investiti dai privati, d’altronde, non sono fondi propri de La Paranza, ma della Fondazione con il Sud e della Fondazione di Comunità San Gennaro e serviranno per sostenere le attività della cooperativa. Non sono stati quindi imprescindibili per la messa in sicurezza del sito, così come non lo sono stati gli altri fondi privati destinati allo spazio antistante la chiesa di Maria SS del Carmine alle Fontanelle per interventi di rigenerazione urbana del quartiere, inseriti all’interno di un’iniziativa organizzata da Renzo Piano in collaborazione con il Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II.
È un modello ricorrente negli ultimi trent’anni: il Pubblico investe, il privato gestisce e trattiene la gran parte degli introiti. Dove il Pubblico retrocede, per scelta e non per necessità, il privato avanza, guadagnando a nostre spese e limitando il diritto di accesso a un patrimonio che appartiene alla collettività.
E così la privatizzazione di spazi pubblici e beni culturali viene normalizzata e si smette di credere nelle potenzialità delle Amministrazioni Pubbliche.
Da anni si susseguono le proteste dal basso contro questo modello di gestione: dalla manifestazione lanciata da Mi Riconosci? nel 2022 ai vari sit-in e interventi organizzati durante le conferenze stampa del Comune e della cooperativa. Anche i social network pullulano di commenti negativi nei confronti del modello pubblico-privato e dell’inserimento di un biglietto, o della discriminazione per municipalità. Nonostante questo, la protesta rimane completamente fuori dal dibattito pubblico.
La cooperativa La Paranza e il modello Sanità godono, infatti, del totale appoggio delle istituzioni, delle fondazioni private e dei mass media (con pochissime eccezioni). Fondata dal sacerdote Antonio Loffredo per “riscattare” i giovani del rione Sanità partendo dal patrimonio culturale del quartiere, i beni affidati a La Paranza sono oggi le Catacombe di San Gennaro, di San Gaudioso, La Basilica di Santa Maria della Sanità, di San Severo fuori le mura, il Museo di Jago, e in ultimo il Cimitero delle Fontanelle. Negli scorsi anni, la cooperativa ha inoltre partecipato alla gestione della Piscina Mirabilis nei Campi Flegrei.
Da qualche mese La Paranza ha inoltre assunto la gestione del neonato Museo Diocesano Diffuso (MUDD). Ricordiamo alcune tappe di quest’ultima istituzione: a maggio del 2025, in un susseguirsi di vicende poco trasparenti, il vecchio Museo Diocesano è stato sfrattato dalla chiesa di Donnaregina Nuova e, qualche mese dopo, La Paranza ha preso il posto della vecchia cooperativa. Una delle maggiori novità della nuova gestione del MUDD è stato l’isolamento di alcune cappelle del Duomo di Napoli, per le quali è divenuto improvvisamente obbligatorio il ritiro di un biglietto e lo svolgimento di una visita guidata. Al momento sia il biglietto che la visita guidata sono gratuiti, ma chissà cosa succederà in futuro, considerando che alla fine del tour è richiesta un’offerta libera ai visitatori. Di recente è stato inaugurato anche il percorso dei tetti del Duomo, anch’esso realizzato con i fondi pubblici del famoso Grande Progetto “Centro Storico di Napoli, valorizzazione del sito Unesco”. Il biglietto intero costa 10€ e quelli gratuiti riservati ai residenti a Napoli sono in numero limitato.
Insomma, un presunto modello di “gestione dal basso”, che, in virtù del principio di sussidiarietà tra pubblico e privato, nasconde la privatizzazione di spazi pubblici ed una narrazione sempre parziale.
Questo, purtroppo, non succede solo a Napoli, ma qui assume una sfumatura particolare.
Affidare ai privati i beni pubblici e della Chiesa è sempre positivo? Affidare allo stesso privato tutti questi siti all’interno della stessa città a chi porta davvero giovamento? Privatizzare e mettere a reddito i siti culturali, limitando le gratuità per i residenti e imponendo biglietti onerosi anche per i turisti, è davvero l’unico modello sostenibile possibile al giorno d’oggi? Sono queste alcune delle domande che, come tanti, ci siamo posti e che abbiamo cercato di porre ai diretti interessati ma che sono state ignorate o impedite durante tutto il processo decisionale. Alla faccia della “comunità di patrimonio” spesso associata a questo modello di gestione.
Quello che è stato costruito, senza che nessuno lo abbia nominato esplicitamente, è un sistema di gestione monopolistico del patrimonio culturale napoletano, di proprietà comunale e della Chiesa, in capo a un reticolo coeso di soggetti che operano con una legittimazione narrativa così solida da rendere difficile qualsiasi critica pubblica.
Crediamo fermamente in un modello di gestione differente, che non anteponga gli interessi economici di pochi al valore sociale e identitario del patrimonio culturale, che appartiene a tutti e tutte.
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