Ci sono storie che vanno raccontate. Perché fa bene sentirle, perché spesso sono nascoste, perché sono fatti veri, compiuti da uomini e donne normali con quel po’ di incoscienza che serve per tirarsi su le maniche.

Era il 27 ottobre del 2016, in tarda mattinata, quando è stato fatto il primo sopralluogo al Museo Piersanti. La sera prima le due scosse avevano fatto crollare già case, chiese e palazzi in un’area grande come una regione e anche a Matelica si contavano i danni. Il palazzo aveva resistito, il piano terra presentava i segni del tentativo di ribaltamento della facciata, ma in sostanza tutto era su. Il piano nobile aveva mosso le murature e gli architravi delle porte, non erano problemi gravi, ma certamente il museo doveva essere chiuso e andava presa una decisione in merito ai lavori da fare, come e quando. La strada era in salita, ma don Piero Allegrini, il direttore, era fiducioso e continuava a dire: “non è niente, sono solo gli intonaci”.

Fatto sta che il museo ha chiuso la porta, il cuore era pesante, ma in fondo c’era una speranza.

Il 30 ottobre tutti siamo stati svegliati dalla più forte scossa di terremoto dell’era moderna tra Marche e Umbria. 51 secondi infiniti in cui era difficile stare in piedi, trovare la porta di casa e uscire. Poi è stato difficile rendersi conto di cosa era accaduto, non si riusciva a telefonare e nessuno sapeva la sorte dei propri familiari, degli amici, delle persone care. 30 minuti, forse 45 di terrore. Poi la notizia che non c’era stata alcuna vittima, pochissimi i feriti, tutti perché caduti mentre correvano o minuzie del genere. Allora si ricomincia la conta dei danni. A Matelica non c’era più una chiesa agibile nel centro storico, il palazzo comunale con crolli interni, cornicioni, comignoli, campanili, pareti intere di palazzi che sembravano scoppiare da un momento all’altro. E il Museo Piersanti?

Alle 12 di nuovo abbiamo aperto la porta del retro per vedere cosa fosse successo. Il cortile era pieno dei mattoni del campanile della cappellina, crollato, con la campana a terra, ma miracolosamente integra.

Lo scenario non era più quello del 27 ottobre, il Museo Piersanti andava chiuso e ceramiche, busti e sculture cadute a terra dovevano essere recuperate e restaurate. Chissà da chi, chissà quando.

La porta fu richiusa e quella volta, anche il direttore, così forte e ottimista, non aveva parole di conforto.

Le procedure per il recupero dei Beni Culturali sono state veloci, squadre di funzionari andavano nelle chiese e nei musei a prendere le opere mobili per metterle in salvo e tutto andava ricatalogato, rifotografato, messo in sicurezza. Il museo era in fondo alla lista, c’erano chiese sventrate e altri musei senza tetto, prima.

E quindi tre ragazze, Giulia, Angela e Valentina, che in tre hanno molti meno anni del museo stesso, si sono rimboccate le maniche, al freddo dell’inverno, con il caschetto in testa, con le scosse che continuavano per giorni e giorni, hanno smontato tutto il museo, catalogato e messo in sicurezza. Quando sono arrivati gli aiuti della protezione civile, guidati da Angela, gran parte del lavoro di studio era stato fatto; Giulia aveva rifatto, in sostanza, l’inventario dei più di 2000 pezzi del Museo. Valentina aveva studiato i sistemi di smontaggio. Due mesi di lavoro indefesso e, appunto, incosciente, ma a febbraio del 2017 tutto era sistemato, chiuso e il piano nobile del Museo pronto per i lavori di restauro che sembravano dovessero partire con inaspettata velocità.

Ma i mesi passano e la porta del Museo rimane chiusa, ormai si deve solo aspettare. Poi una nuova idea: la commissione degli strutturisti del Ministero dichiara il piano terra agibile con pochi provvedimenti da fare; e se si riaprisse il Palazzo? Solo poche sale, ma sarebbe vivo.

Allora via, di nuovo a lavorare, Giulia, la storica dell’Arte a studiare l’allestimento, Angela, la restauratrice a coordinare gli spostamenti, e Valentina, l’architetto, a fare disegni di supporti e attaccaglie, mentre i muratori chiudevano crepe, saldavano gli intonaci e imbiancavano pareti.

Il 13 luglio del 2017 il Museo Piersanti ha riaperto la porta. Si dirà, e le persone? Ecco, le persone, i matelicesi da quel 13 luglio hanno riscoperto il Museo Piersanti ed è stata un’estate piena di feste in giardino, aperitivi sotto gli ombrelli, spettacoli di teatro, di danza, conferenze, concerti. Tutte le associazioni chiedevano quello spazio per la propria attività, la città, tutta, aveva riconquistato un luogo, aveva ripreso una piccola parte di vita. Sono molte le persone che via via si sono affezionati al museo, che vengono a pulire, che puliscono il giardino, tagliano l’erba e spazzano il cortile, solo per il piacere di dare una mano.

Tantissimi entravano solo per farsi la foto sotto gli ombrelli, per essere parte di una rinascita, per dire: forza Matelica, forza Marche, ce la facciamo!

E da quel momento il portone è rimasto aperto, ogni giorno, a tutti. Ai bambini che a Natale hanno fatto i laboratori con gli elfi di Babbo Natale, ai turisti che hanno scoperto capolavori nascosti, ai matelicesi che hanno voluto passeggiare nel giardino, agli studiosi che nel febbraio del 2018 hanno celebrato i 100 anni del Piersanti con un convegno memorabile, da antologia della Storia dell’Arte.

Sarà perché noi marchigiani siamo testardi, sarà perché teniamo alle nostre cose come fossero la cristalleria buona di famiglia, sarà perché non c’era nient’altro da fare, sarà anche perché se non fosse stato così questa porta sarebbe stata chiusa per troppi anni, ma è successo, ce l’abbiamo fatta. Cerotti ovunque, ferite anche, ma siamo aperti e abbiamo un futuro. E chi legge queste parole, aiuta a farcelo avere anche domani. Nell’Appennino, di questi tempi, è un lusso.

Sono parole che si trovano in un grande pannello che accoglieva i visitatori che salivano al secondo piano del Museo Piersanti, donato, con palazzo, terreni e collezione, nel 1902 da Teresa Capeci Piersanti al Capitolo della Cattedrale di Matelica (Macerata), eseguendo il testamento del marito, Filippo Piersanti, primo sindaco di Matelica dopo l’unità d’Italia. Una storia meravigliosa, una storia che oggi non si può più leggere: quel pannello è stato coperto qualche mese fa e da gennaio il museo è chiuso.

Il museo non aveva mai chiuso, né durante il secondo conflitto mondiale né negli anni a seguire, grazie alla collaborazione tra Comune e Curia e soprattutto per l’impegno del suo direttore don Piero Allegrini, che ha ricoperto quel ruolo per 42 anni attraversando due terremoti, quello del 1997 e quello del 2016 e seguendo le profonde campagne di restauri del palazzo. Proprio dopo il 2016, il Piersanti era diventato simbolo delle Marche che non mollano. Il piano terra, con delle donazioni da parte di privati, era stato già riaperto nel luglio del 2017 e il Museo era diventato un luogo della città, in cui ci si riconosceva parte di una storia; il cortile e il giardino erano utilizzati da tutti per eventi culturali e pure per serate di convivialità. Cinque sale esponevano una parte piccola ma significativa della collezione, tra cui, tanto per fare un esempio, la bellissima Madonna col Bambino e sette santi di Gentile e Giovanni Bellini. Nel 2018 un finanziamento della Regione Marche aveva permesso la messa in sicurezza dello scalone di ingresso e di tutto il piano nobile, quello colpito dal sisma. Con questi lavori si è potuto riaprire anche il secondo piano del Museo, quello destinato alle mostre temporanee, che in quell’anno ospitò l’esposizione Milleduecento, civiltà figurativa tra Marche e Umbria all’autunno del Romanico, a cura di Fulvio Cervini. Dopo la chiusura della mostra si sarebbero potute utilizzare quelle sale per rendere fruibile un’altra parte della collezione, tra cui la stupenda cucina originale del 1728 rimasta intatta da allora fino ai nostri giorni. La visita di Franceschini e la riunione del Consiglio Superiore dei Beni Culturali proprio a Matelica, proprio al Piersanti e nell’adiacente Teatro Piermarini ne avevano sugellato quel ruolo simbolico ma concreto, la rinascita a partire dal patrimonio. Il Piersanti era un Museo che andava avanti nonostante tutto. Artefici di tutto questo erano in parte l’allora Amministrazione Comunale (di cui chi scrive faceva parte) e soprattutto i ragazzi che lavoravano al Piersanti.

Lavoravano, sì, perché questo era un pallino di don Piero: far lavorare i giovani del territorio che si occupavano di Storia dell’Arte o Beni Culturali. Non con contratti stabili, certo, ma una vera gavetta, pagata, con ruoli di guardiania nelle sale, di biglietteria o di assistenza, ma dando a tutti la possibilità di esercitarsi e di studiare sulla collezione. Io stesso ho iniziato così esattamente vent’anni fa, da studente del secondo anno di Storia e Conservazione dei Beni Culturali, don Piero mi chiese di dargli una mano per tenere aperto il Piersanti. Anche le tre ragazze citate sopra, finiti i giorni dell’emergenza hanno iniziato a lavorare al Museo.

Ma il nuovo direttore, un altro sacerdote, subentrato nel novembre 2018, ha deciso che tutto questo dovesse finire. Coperto immediatamente il pannello, l’8 settembre del 2019, mentre come ogni anno, per volere testamentario di Teresa Capeci, si celebrava la messa all’interno del Museo, il prelato e direttore ha dichiarato che alla fine dell’anno il museo sarebbe stato chiuso.  Nessun avviso al personale, le ragazze, che erano presenti, sono rimaste di sasso. Dopo, il nulla. Qualche giorno fa a Giulia, quella che per prima e forse più di tutti si era impegnata sul museo, è arrivato questo messaggio da parte del direttore: un sms, appunto: “Visto che non ti servono più, mi riporti le chiavi del Museo?”

In pratica è stata licenziata così, con un sms. Come le sue colleghe. Chiuso ufficialmente per restauro, che inizierà tra non meno di un anno, visto che il progetto non è stato ancora presentato. Ma di certo si potevano studiare soluzioni per lasciarlo aperto almeno in parte. Tutto questo succede nel silenzio più totale della nuova Amministrazione comunale, del Vescovo, e dell’opinione pubblica. Perché il Museo, in un’area terremotata, è percepito da molti come un accessorio, un’inutile spesa in fin dei conti. L’assessore alla cultura, interpellato in consiglio comunale in merito, ha detto che avrebbero cercato dei pensionati volontari per tenere aperto il Museo. Ci sono storie che meritano di essere raccontate, anche per spingere a scriverne insieme il lieto fine.

Alessandro Delpriori

L’articolo che hai appena letto, e tutto ciò che trovi in questo sito, è frutto dell’impegno e del lavoro quotidiano di un gruppo di attivisti che da anni lo svolge gratuitamente, anzi, a proprie spese. Se ha apprezzato quanto letto, se apprezzi il nostro lavoro, se vuoi permetterci di poter fare sempre più e sempre meglio, SOSTIENICI con una piccola donazione.

Mi Riconosci ha bisogno del tuo aiuto.

Categories: Opinioni

5 Comments

Andrea Berzolari · 22 Gennaio 2020 at 17:16

Grazie innanzitutto a chi si fa portavoce e fa conoscere le notizie relative in questo caso al nostro patrimonio museale italiano.
Che dire…. dispiace.
Se e’ vero che la speranza e’ l’ultima a morire , vediamo se muovendo le acque ,si riesca a salvare il Museo di Matelica. Ci terrei a seguire gli sviluppi. Un sentito grazie alle tre formidabili curatrici per il loro encomiabile operato.

Magda micheli · 22 Gennaio 2020 at 19:25

Ho visitato il museo Piersanti la scorsa primavera e da cittadina dell ‘Aquila,città che ha conosciuto la tragedia del terremoto,ho provato grande soddisfazione nel constatare che quella terribile esperienza non aveva sconfitto l’entusiasmo e la voglia di reagire.ricordo che ad accoglierci è stata una ragazza molto gentile e competente .purtroppo non ne ricordo il nome ma vorrei comunque farle giungere il mio pensiero riconoscente insieme all ‘invito a non perdere la fiducia ,l’orgoglio e l’entusiasmo per il bellissimo progetto che ha saputo realizzare per la sua città .un pensiero solidale dall’Aquila.

Maria Letizia Ciferri · 22 Gennaio 2020 at 23:40

Sono costernata. Trascorriamo l Estate a Pontile di Fiuminata e spesso veniamo a matelixa, proprio per Una capatina Al museo e alle sue mostre.
Ci colpi, per esempuo, il restauro di Una opera fatta li Al piano terra e potevamo entraree cpnversare con la restauratrice
Sembra un brutto sogno

Anna Maria Barbotti · 23 Gennaio 2020 at 15:21

Nelle rare visite al mio paese natale era bellissimo ritornare a visitare quelle magnifiche stanze ammirando quelle magnifiche opere d’arte.Trovo che sia un vero peccato chiudere una bellezza e una ricchezza della città.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *