nomine Franceschini

Al netto delle recenti polemiche, appare necessario e urgente discutere l’intero sistema delle nomine dirigenziali voluto dal Ministro Franceschini.

La nomina del nuovo direttore del Parco di Pompei, avvenuta sabato 20 febbraio, ha dato origine a polemiche inedite, perlomeno per quanto riguarda una nomina dirigenziale. Prima con la lettera di dimissioni di due dei componenti del comitato scientifico del Parco, e poi con la lettera aperta firmata da 112 archeologi. Mentre i media filo-ministeriali spostano l’attenzione su una presunta polarizzazione tra il vecchio e il nuovo che avanza, a chi sa leggere tra le righe sembra chiaro che, con questa nomina, si è finalmente palesato il malessere di una larga parte di funzionari e accademici di lungo corso nei confronti del sistema di nomine dirigenziali imposto dal Ministro Franceschini. Entrambi i casi sopracitati, però, concentrandosi su una sola nomina e cospargendo il testo di “dico/non dico” comprensibili solo agli addetti ai lavori, gli autori e le autrici non aiutano il pubblico a comprendere la ragione del dibattere. E di questo vogliamo discutere, lasciando perdere in fretta le polemiche ad personam.

Dario Franceschini ha rivoluzionato il sistema delle nomine dirigenziali all’interno del Ministero dei Beni Culturali. Fino al 2014, i direttori degli attuali musei autonomi erano funzionari della Soprintendenza locale, con un passato più o meno lungo nella Pubblica Amministrazione italiana, scelti con il sistema della cooptazione (e dunque selezionati dal dirigente, il Soprintendente). La scelta quindi avveniva con un processo interno al Ministero, tra persone che avevano superato un concorso pubblico. Con la riforma Franceschini, i direttori dei neonati musei autonomi vengono invece selezionati con quello che la comunicazione ministeriale ha definito un “concorso internazionale”. In realtà si tratta di una selezione per titoli e breve colloquio – molto più “leggera” di qualsiasi concorso previsto per lavorare al Ministero, finanche come custode – portata avanti da una commissione che infine propone al Ministro una “terna” di nomi tra i quali questi sceglie il suo preferito. La commissione è di norma composta da direttori di musei stranieri, accademici che hanno scarsa familiarità con la Pubblica Amministrazione italiana e da personalità di alto profilo che conoscono poco l’ambito culturale ma che sono legate a doppio filo con la politica (nel caso recente di Pompei, la presidente della commissione è stata nominata Ministro della Giustizia poche ore dopo aver consegnato i nomi della “terna”): lungi dal garantire indipendenza, tale commissione serve più che altro a dare una parvenza di concorsualità a quella che è, a tutti gli effetti, una scelta personale del Ministro dopo una veloce scrematura per titoli e colloquio. Riassumendo: da sei anni i dirigenti non sono più scelti all’interno di un Ministero “tecnico”, ma per nomina politica. Dal 2014 in poi è stato dunque molto comune avere quindi come direttori persone che conoscessero poco la Pubblica Amministrazione e/o l’istituto che sarebbero andati a gestire.

Di questo processo si è dibattuto poco o nulla, nonostante una sentenza critica del Consiglio di Stato e il fatto, più che ipocrita, che l’Italia permetta agli stranieri di dirigere musei mentre li esclude da moltissimi ruoli meno rilevanti all’interno della Pubblica Amministrazione. Eppure è un processo che porta con sé una politicizzazione profonda del Ministero dei Beni Culturali, comoda a qualsiasi partito e Ministro al potere: e infatti durante la sua breve parentesi il Ministro Bonisoli (M5S) si è ben guardato dal riformare queste nuove modalità di selezione. Con il sistema delle nomine politiche possono essere scelte persone più o meno competenti, anche molto competenti, è ovvio, ma il curriculum e la competenza non sono il punto principale, che è invece la funzionalità rispetto al progetto politico del Ministro stesso. E infatti nessuno dei direttori e delle direttrici nominate da Franceschini in questi cinque anni ha messo in discussione il sistema delle esternalizzazioni, o ha parlato diffusamente di diritti dei lavoratori che operano sfruttati nel “suo” museo. O ancora, la direttrice delle Gallerie dell’Accademia di Venezia che si era opposta al prestito dell’Uomo Vitruviano al Louvre, nel 2018 è stata sostituita da un direttore favorevole al prestito.

È bene notare che in questo sistema post-riforma  il pubblico ha anche la percezione che tutti questi direttori siano bravissimi perché i musei “con loro sono rinati”. Percezione astutamente indotta, e distorta se associata alla persona, perché non tiene conto che le nuove nomine hanno giovato di autonomia gestionale e di risorse senza precedenti. È dunque abbastanza scontato che questi musei abbiano funzionato meglio: se si piazza un motore più potente su un’auto, andrà più veloce a prescindere dall’autista. Il progetto ministeriale d’altronde, come acclarato ormai da due anni, è quello di aumentare gli incassi dei grandi musei italiani per consentirne la trasformazione in fondazioni di partecipazione. Questi quindi dovranno correre veloce, senza guardarsi intorno, a scapito del sistema museale diffuso. In questi anni in realtà ci sono stati anche tanti errori gravi commessi dalle direzioni, che sarebbero inaccettabili anche per un piccolo amministratore locale. Prestiti massicci di opere negli Stati Uniti senza informare il pubblico; annunci stampa scorretti; mancato monitoraggio delle condizioni di sicurezza; restauri fuori da ogni minima decenza…. Ma forse di errori è scorretto parlare, dato che non sono mai stati sottolineati o riconosciuti come tali dalla dirigenza ministeriale. L’obiettivo infatti non è avere direttori che gestiscano al meglio il bene dal punto di vista amministrativo-scientifico, ma che piacciano: piacciano loro, piaccia il sito, in modo che non venga messo in discussione il folle sistema culturale italiano.

Noi da anni contestiamo il sistema vigente, e scriviamo che anche i concorsi pubblici hanno gravi problemi organizzativi e di esclusione sociale. Non vogliamo in nessun modo idealizzare i tempi passati e il sistema delle nomine pre-Franceschiniano. Ma crediamo che qualcosa vada fatto, in fretta, per evitare la politicizzazione totale di un Ministero che era e deve continuare a essere tecnico; per evitare che un sistema di promozioni per conoscenze, amicizie e fedeltà, tipico degli ambienti accademici, arrivi ad essere strutturale anche nel nostro Ministero; per evitare che, per raggiungere i più alti gradi dirigenziali, avere competenze specifiche legate strettamente al ruolo che si va a ricoprire finisca per diventare superfluo.


1 Comment

Gerardo Pecci · 27 Febbraio 2021 at 01:04

Intanto parliamo anche della scomparsa dei BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI dal nome del ministero. Non è cosa da poco. Riflettere. Grazie.

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