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Il DPCM del 26 aprile blocca interi settori considerati erroneamente ad alto rischio nonostante non prevedano contatto con il pubblico.

Il 26 aprile un nuovo DPCM, annunciato in conferenza dal presidente Conte, ha riaperto moltissime attività produttive, tranne quelle considerate più a rischio per il contatto con il pubblico, come bar o parrucchieri, dettagliate nell’allegato 3. In poche ore ci si è resi conto che quella lista confermI, ancora, come il Governo non abbia idea di come funzioni il mondo dei beni culturali.

Leggendo l’elenco dei codici ATECO a cui viene permessa la ripresa delle attività vediamo lampante il realizzarsi di una situazione paradossale, messa in luce anzitutto dai restauratori. Vengono permesse attività di restauro su mobili, con il codice ATECO 95, vengono riaperti tutti i cantieri edili e civili con ATECO 41 e 42, dove tornano al lavoro gli archeologi, ma non vengono permesse le attività di restauro su beni culturali, non vengono riaperti gli archivi, né le biblioteche dove gran parte delle mansioni non sono affatto a contatto con il pubblico. Gli interventi di schedatura, catalogazione e inventariazione per esempio non creerebbero alcun pericolo per la società, considerando che di norma avvengano in solitudine o con pochissimi addetti.

Il vero problema consta quindi, a monte, nell’assenza del codice ATECO 90 e 91, in toto e senza differenze, a cui attengono tante professioni come quelle di restauratori, archivisti, bibliotecari, archeologi, non sempre e non necessariamente svolte a contatto con il pubblico. Assenza dovuta al fatto che l’INAIL, senza adeguato approfondimento, giudicò i settori rappresentati dai codici come “ad alto rischio”. Se la misura quindi potrebbe aver senso per molti, non lo avrà certamente per tutti, mettendo in ulteriore difficoltà professionisti già in crisi e che non vedono l’ora di tornare a lavorare.

Il paradosso generatosi è quindi doppio: da un lato vediamo ancora una volta l’appiattimento delle professioni dei beni culturali in schemi grossolani e sbagliati, dall’altro invece l’ignoranza o il disinteresse dei legislatori che non hanno a mente la cultura come un “servizio pubblico essenziale”, come invece dovrebbe essere, anche secondo la legge, e non conoscono affatto le singole competenze e i ruoli dei vari professionisti del settore. Se errori simili potevano essere accettabili nei primi giorni dell’emergenza, non lo possono essere dopo due mesi di valutazioni.

Eppure, come ha sottolineato anche l’UNESCO, questa pandemia è un’occasione per dare un grande supporto alla crescita del patrimonio documentario, e tutti siamo in grado di immaginare quanto serva far tesoro della moltitudine di contenuti che questa pandemia ha portato per imparare dal passato. Come ha dichiarato la presidente dell’ANAI Micaela Procaccia in una lettera al ministro “la conservazione della memoria nazionale si è rivelata nei giorni dell’emergenza un elemento fondamentale per la coesione sociale”. Il Governo e il Ministero, agendo senza il necessario approfondimento, stanno perdendo una enorme occasione e mettendo in ulteriore difficoltà un settore e un Paese già provati: si portino gli opportuni correttivi al decreto del 26 aprile. 

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1 Comment

Paola orsolon · 28 Aprile 2020 at 15:07

Giusta osservazione, segnalata anche da me e da altre associazioni al ministero. Siccome il codice ateco 90 raggruppa attivita ricreative, artistiche e di intrattenimento allora l’inail l’ha considerato ad alto rischio. Il restauro non ha nulla a che vare con l’intrattenimento oppure ci considerano degli hobbisti?

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