Non è facile scrivere queste righe, non è facile perché da anni auspichiamo la creazione di un grande Museo Nazionale della Resistenza, ritenendolo un atto utile e necessario. Vorremmo gioire e compiacerci, per una volta. Eppure il progetto presentato ieri da Dario Franceschini e Beppe Sala a Milano– un Museo di 2500mq in un edificio di nuova costruzione in piazza Baiamonti, progettato da un archistar, costo 15 milioni di euro, gestito da una Fondazione ci costringe a chiederci: è davvero questo il Museo Nazionale della Resistenza di cui abbiamo bisogno? Anzi “assoluto bisogno”, usando le parole di Dario Franceschini?

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Un po’ di cronistoria può aiutarci a comprendere il perchè di queste domande: il 13 dicembre 2016 in piazza Baiamonti viene inaugurata la prima delle due piramidi Herzog & de Meuron, presentate in un più ampio disegno di riqualificazione urbana, presto però identificato dai Milanesi come parte del processo di gentrificazione che da anni ha preso di mira i quartieri popolari limitrofi a piazza Garibaldi. Specularmente alla prima piramide (sede della fondazione Feltrinelli e del quartier generale Microsoft), iniziano i lavori per la seconda struttura, che subito però incontrano svariati ostacoli logistici e movimenti d’opposizione molto forti: serve spazio per costruire un gigante di vetro e ferro, spazio che i cittadini di Milano non sono più disposti a veder sottratto al verde e svenduto alle colate di cemento del miglior offerente, in una zona già allo stremo per colpa della cementificazione. Ma il Comune di Milano forza la mano e il 10 ottobre scorso dà l’ok alla costruzione della seconda Piramide di Herzog. Mancano però i fondi, e la città non la vuole. E ieri ecco la notizia: il MIBACT stanzierà 15 milioni di euro per un Museo Nazionale della Resistenza, che avrà sede a Milano, proprio nella seconda piramide Herzog. Curioso, no?

Sgomberiamo il campo da equivoci: non sono troppi 15 milioni per un Museo della Resistenza, anzi, possono essere una spesa utile e necessaria, se ben investiti. Il punto è perché lì, perché ora, perché a quel modo. La Resistenza fu un fatto prima locale che nazionale. Tanti (ma troppi pochi) sono i musei che raccontano la lotta di Liberazione in svariate città d’Italia (Bologna, Roma, Torino…), spesso costretti a basarsi su pochi fondi e molto volontariato e il più delle volte vittime della poca promozione al grande pubblico. Molte altre città, anche molto grandi, invece ne sono prive. A tanti Italiani è negata la memoria materiale della Resistenza, e quanto questo aiuti la rimozione collettiva di quella memoria non è dato sapere ma è facile immaginare. Non è retorica affermare che ogni pezzo d’Italia ha bisogno del suo Museo della Resistenza, e che questi Musei, questi Istituti, questi spazi, vanno messi in rete, valorizzati e finanziati nella maniera migliore possibile, con precisa pianificazione: è l’unico modo per permettere agli Italiani di conoscere e vivere quella memoria in divenire. Ciò non toglie, ovviamente, l’importanza che potrebbe avere un Museo centrale, nazionale, più grande e più visitato, che possa fare da vetrina e da capofila di questa rete: Milano in questo senso non appare una scelta sbagliata. Ma il tutto dovrebbe essere coordinato e pianificato, in un progetto che punti a coinvolgere i cittadini con una visione precisa degli obiettivi e della missione del Museo e dei Musei, in cui i grandi aiutano i piccoli e viceversa. La proposta arrivata ieri è tutt’altro: 15 milioni calati dall’alto in un solo luogo e nulla agli altri, il museo in un edificio di nuova costruzione che non ha nessun legame con la Resistenza, la gestione del Museo Nazionale della Resistenza a una fondazione i cui vertici saranno nominati dalla politica del momento. Non è chiaro neppure cosa sarà esposto, in quel Museo: una collezione permanente ben strutturata, o raffazzonata sottraendo opere e documenti a collezioni e musei, come accaduto proprio a Milano per riempire il Museo del ‘900? Per ora i rendering mostrano solo la scatola, l’edificio: si sta pensando solo al contenitore e non al contenuto? Qual è la visione che guida queste scelte? 

Non possiamo nasconderci: così come è stato presentato ieri, questo museo appare solo un’ottima scusa per completare la seconda piramide di Herzog, per avere i soldi e per farla digerire all’opinione pubblica. Perché 15 milioni pubblici per un museo si possono giustificare, 15 milioni per completare un edificio no, perché nessuno potrà mai contestare il progetto del Museo Nazionale della Resistenza. E poi chissà, magari il Museo poi potrà essere spostato in un luogo più idoneo, magari quei 2500mq non serviranno proprio tutti (ancora non si sa nulla delle collezioni esposte). Chissà. E intanto si imbarcano ANPI (nazionale), Istituto Parri, Mattarella e chiunque, senza competenze specifiche di urbanistica e museologia, possa rendere il progetto inattaccabile, inattaccabile anche per i comitati di quartiere che da anni si battono contro la Piramide.

E allora a questo gioco noi non ci stiamo, perché il problema non è certo il Museo in sé ma questo Museo, questo progetto. Noi diciamo, ad alta voce, che questo progetto è inutile e sbagliato, perché non è chiaro il contenuto didattico del Museo, perché non è chiaro perché debba stare proprio lì, perché non è chiaro perché non si possano valorizzare con gli stessi fondi (o con più fondi!) i tanti spazi legati alla Resistenza a Milano e in tutta Italia, e perché un Museo gestito da una Fondazione di “nazionale” ha solo il nome, in quanto sia la narrazione sia la bigliettazione saranno in mano a persone che risponderanno agli interessi politici del momento. 

Gli Italiani vogliono un Museo nazionale della Resistenza pubblico, ben finanziato, ben strutturato, ben pensato, aperto sempre a tutte e tutti nell’unico vantaggio della collettività. Gli speculatori vogliono scuse per giustificare le loro speculazioni, sì, ma questo non è un nostro problema: non utilizzerete la Resistenza per giustificare una speculazione edilizia con fondi pubblici. Non lo farete. Milano non lo permetterà, e la memoria della Resistenza non lo merita. 

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